Nuovo record dell’oro. L’ennesimo da un anno a questa parte. Il metallo giallo ha aggiornato i suoi massimi storici attestandosi in area 4.677 dollari all’oncia, a un passo dai 4.700 dollari e mettendo ormai nel mirino la soglia psicologica dei 5.000 dollari. Considerato come bene rifugio per eccellenza, il suo prezzo è salito di fronte al crescere delle tensioni geopolitiche e in risposta a una domanda che si conferma robusta.
Nelle ultime ore si è acceso lo scontro Usa-Ue dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di imporre dazi aggiuntivi a partire dal primo febbraio agli otto Paesi europei ( Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Finlandia) che si sono schierati contro il controllo Usa della Groenlandia. A questo si è aggiunta la risposta all’annuncio di Trump da parte dell’Unione europea che sta valutando dei contro dazi per 93 miliardi. Gli sviluppi di questa disputa si vedranno a Davos, in Svizzera, dove i leader mondiali sbarcheranno in queste ore per partecipare al World Economic Forum, un appuntamento annuale che caratterizzerà gran parte della settimana con mercoledì come giornata clou.
Nel frattempo, in salita anche l’argento che ha toccato un massimo sopra i 94 dollari e ora tratta a quota 93 dollari mostrando un rialzo di oltre 5 punti percentuali. In rialzo anche platino e palladio che avanzano rispettivamente dell’1,8% e dell’1,5%.
Oro: le previsioni sui prezzi e quanto averne in portafoglio
Dopo aver toccato 60 nuovi record storici nel 2025, le quotazioni dell’oro proseguono la loro corsa. “Il prossimo obiettivo dovrebbe essere 5.000 dollari, che riteniamo raggiungibile nel corso del 2026 – afferma Gianni Piazzoli, direttore investimenti di Vontobel WM Sim. – Sebbene sia possibile un movimento laterale per alcuni mesi, l’oro potrebbe proiettarsi verso nuovi massimi non appena emergerà un nuovo catalizzatore, come un taglio dei tassi, un nuovo rischio geopolitico o una debolezza macroeconomica”.
Oltre alle crescenti tensioni geopolitiche, infatti, è ancora aperto lo scontro Trump-Powell che mette in dubbio l’indipendenza della Federal Reserve. Nei giorni scorsi, Powell è stato citato in giudizio da parte del Dipartimento di Giustizia per i lavori di ristrutturazione del quartier generale della banca centrale Usa. A sostenere le quotazioni è anche il percorso di deprezzamento del dollaro statunitense a causa della politica altalenante di Trump, che mette in discussione la credibilità degli Stati Uniti.
Più in generale, le banche centrali continuano ad aumentare la loro esposizione all’oro e oggi possiedono più oro che titoli del Tesoro. “Anche guardando avanti ci aspettiamo che gli istituti centrali approfitteranno di qualsiasi calo dei prezzi per acquistare e non vediamo alcuna pressione di vendita da parte loro, il che limita il rischio di ribasso per il metallo prezioso”, sostiene Piazzoli.
Va considerato, inoltre, che la strategia della Cina di diversificare le proprie riserve rispetto al dollaro incide ancora in maniera contenuta sulle quotazioni: la quota ufficiale delle riserve auree della Cina è attualmente dell’8,3% a fronte di una media globale intorno al 20%: questo significa che la Cina ha ancora molto margine per acquistare oro.
Infine, c’è il ruolo degli afflussi verso gli ETF sull’oro che hanno spinto i prezzi su innumerevoli nuovi massimi storici nel quarto trimestre, a partire dal ciclo di taglio dei tassi della Federal Reserve dello scorso settembre. Tali afflussi stanno ancora aumentando, senza tuttavia raggiungere i livelli di picco del 2020: quindi, anche in questo caso, c’è ancora spazio per una maggiore domanda di oro da parte degli investitori retail.
“Consigliamo di allocare a questa asset class una quota del 3-5% di un portafoglio bilanciato con l’obiettivo di ottenere non solo protezione dall’inflazione, ma anche una preziosa copertura a fronte dei rischi geopolitici e della debolezza del dollaro”, suggeriscono da Vontobel WM.
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