Amazon e le Big tech scendono in miniera per supportare la costruzione dei data center. Il colosso di Jeff Bezos, attraverso Amazon Web Services (Aws), ha stipulato un accordo di fornitura biennale con la joint venture Nuton di Rio Tinto del rame proveniente da una miniera dell’Arizona. Il rame verrà utilizzato a supporto dei data center basati sull’intelligenza artificiale. La miniera di Rio Tinto è diventata l’anno scorso la prima nuova fonte di rame degli Stati Uniti in più di un decennio.
Il rame di Nuton (14.000 tonnellate in quattro anni), però, soddisferà solo una scheggia dei bisogni di Amazon. I data center più grandi richiedono ciascuno decine di migliaia di tonnellate di rame per tutti i cavi, le sbarre collettrici, i circuiti stampati, i trasformatori e gli altri componenti elettrici ivi alloggiati.
Rio ha implementato il suo processo di biolisciviazione (la tecnologia ecologica che usa microrganismi come batteri e funghi per estrarre metalli preziosi e terre rare da minerali o rifiuti) nel recente riavvio di una miniera a Est di Tucson e ha partnership per portare la tecnologia a molti altri siti nelle Americhe. L’idea è quella di stappare il minerale di bassa qualità lasciato nelle vecchie miniere ed è fondamentale per i piani di Rio di aumentare la produzione.
La domanda di rame è cresciuta con forza, spinta soprattutto dalla costruzione di nuovi data center e dagli investimenti nelle reti elettriche, nei veicoli elettrici e negli impianti per le energie rinnovabili. Questa dinamica ha più che compensato il rallentamento registrato nei settori manifatturieri più ciclici e nell’edilizia, ambiti nei quali il rame è tradizionalmente impiegato per cablaggi e impianti idraulici.
In questo contesto, i prezzi del metallo hanno raggiunto livelli record sia a Londra sia a New York: lo scorso anno i futures hanno messo a segno un rialzo del 41% e, negli ultimi giorni, hanno superato per la prima volta la soglia dei 6 dollari a libbra.
Negli Stati Uniti, inoltre, le quotazioni potrebbero salire ulteriormente. La Casa Bianca ha infatti fatto sapere di star valutando l’introduzione di nuove tariffe, che si aggiungerebbero all’attuale dazio del 50% sulle importazioni. Secondo dirigenti del settore minerario, analisti e osservatori dell’economia, una possibile carenza di rame rappresenta un rischio concreto per il boom dell’intelligenza artificiale, che negli ultimi anni ha sostenuto i mercati azionari ed è diventato uno dei principali motori della crescita economica americana.
Ci vogliono più di due decenni, in media, per portare una nuova miniera dalla scoperta alla produzione. E un enorme deficit di offerta è all’orizzonte. Uno studio pubblicato la scorsa settimana da S&P Global stima che l’IA contribuirà a sollevare la domanda di rame del 50% dai livelli attuali entro il 2040, mentre la produzione mineraria diminuisce, con un conseguente deficit del 25%. «Questo divario emergente rappresenta un rischio sistemico per le industrie globali, il progresso tecnologico e la crescita economica», hanno scritto gli autori dello studio.
Nel frattempo, anche i fornitori sono ansiosi di trarre profitto dal boom dell’intelligenza artificiale: Maaden, la compagnia mineraria controllata dallo Stato saudita, prevede investimenti per 110 miliardi di dollari nel prossimo decennio per espandere in modo significativo la produzione di fosfati, oro e alluminio, con l’obiettivo di diventare uno dei principali produttori di materie prime a livello globale. I piani includono otto grandi progetti, tra cui una joint venture con Mp Materials e il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per costruire una raffineria di terre rare in Arabia Saudita destinata anche all’industria militare americana.
Gli investimenti mirano a sostenere la diversificazione dell’economia saudita, migliorando la bilancia dei pagamenti attraverso maggiori esportazioni e minori importazioni di metalli. Maaden continuerà a finanziarsi sui mercati internazionali del debito e a collaborare sia con Stati Uniti sia con Cina, mantenendo però un allineamento strategico con Washington sui minerali critici. L’azienda intende ora concentrare l’esplorazione sul rame e, almeno per ora, esclude un ruolo attivo nel consolidamento globale del settore minerario.
Nel frattempo, anche altre aziende tecnologiche sono alla ricerca di modi creativi per alimentare i propri data center. Microsoft si è impegnata a coprire integralmente i propri costi energetici, a rifornire più acqua di quanta ne utilizzi e a contribuire alle basi imponibili locali senza chiedere agevolazioni fiscali. Per evitare pressioni sulle reti, firmerà accordi anticipati con le utility affinché possano investire in nuove infrastrutture. Il gruppo mantiene un dialogo stretto con la Casa Bianca e le autorità federali e prevede di quasi raddoppiare la propria capacità di data center nei prossimi due anni, continuando a investire massicciamente in infrastrutture cloud e IA. Intanto Alphabet, la casa madre di Google, ha acquistato un’azienda di infrastrutture energetiche, la Intersect, per 4,75 miliardi di dollari e, parallelamente, Meta di Mark Zuckerberg ha siglato accordi ventennali per acquistare energia nucleare da tre impianti di Vistra e sostenere lo sviluppo di piccoli reattori modulari con Oklo e TerraPower. Gli accordi garantiranno fino a 6,6 gigawatt di energia nucleare entro il 2035 e rendono Meta uno dei maggiori acquirenti aziendali di energia nucleare nella storia degli Stati Uniti.
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