Il ciclone Harry, che si è abbattuto nel Sud Italia, provocando circa 2 miliardi di danni tra le regioni più colpite – Calabria, Sicilia e Sardegna – rischia di travolgere la già fragile impalcatura delle nuove polizze catastrofali obbligatorie. Le cosiddette assicurazioni Cat Nat (così chiamate in gergo) sono diventate obbligatorie per le aziende tra metà del 2025 e l’inizio di quest’anno, ma il primo vero test mostra già alcune crepe. Molte imprese colpite rischiano infatti di non ricevere alcun indennizzo. Il motivo è tecnico: le mareggiate rimangono fuori dal perimetro di copertura. Ma, al di là del caso specifico, l’effetto può essere devastante per la credibilità e l’adesione culturale alle Cat Nat e al sistema assicurativo.
Andiamo per gradi. Non si tratta di un cavillo inventato dalle assicurazioni per non pagare. La legge stabilisce in modo preciso quali eventi atmosferici devono essere coperti dalle polizze catastrofali obbligatorie e questi sono: terremoti, frane, inondazioni e alluvioni. Le mareggiate non compaiono nell’elenco. Punto. E non solo non sono obbligatorie. Di fatto non sono nemmeno assicurabili sul mercato. In pratica, anche volendo, non ci si può coprire da questo rischio. Un paradosso evidente per un Paese che è una penisola. Ma proprio questa è la ragione dell’esclusione. «Le nostre coste sono fortemente urbanizzate e quindi estremamente esposte – spiegano da Wopta Assicurazioni –. Considerando la crescente frequenza e intensità dei danni, il costo di una copertura contro le mareggiate diventerebbe troppo alto per essere sostenibile». Lo stesso vale per valanghe e slavine. Altri eventi atmosferici più comuni, come grandine, vento forte, trombe d’aria, restano fuori dalle Cat Nat ma possono essere coperti con garanzie accessorie, pagando un premio aggiuntivo.
Il paradosso degli aiuti
Chi pensava quindi di essere protetto ora guarda allo Stato. Ma anche qui il quadro è pieno di incognite. Le imprese che non si sono assicurate, pur avendone l’obbligo, rischiano di essere escluse dai ristori pubblici. L’accesso agli aiuti pubblici è legata infatti esclusivamente all’adesione alla Cat Nat indipendentemente che il singolo rischio, che ha generato il danno, sia o meno coperto dalla polizza. Il punto solleva parecchi malumori e dubbi alla luce anche dell’emergenza a Niscemi. Ad oggi restano possibili interventi emergenziali ad hoc, ma non sono automatici. Nelle prossime settimane potrebbe farsi più chiaro questo aspetto. Secondo gli avvocati Salvatore Iannitti e Laura Bonato di Norton Rose Fulbright, serve chiarezza e un’interpretazione sostanziale della norma per evitare che il sistema perda equità: «L’esclusione dai ristori dovrebbe operare solo quando il danno era effettivamente assicurabile».
Correre ai ripari
Confesercenti e Assoutenti chiedono una revisione urgente della normativa. Con il cambiamento climatico, gli eventi estremi sono sempre più frequenti, ma l’attuale perimetro delle coperture non riflette la realtà dei territori. «Non si può rendere obbligatoria una polizza e scoprire, nel momento del bisogno, che i danni più frequenti restano fuori – avverte Confesercenti –. Altrimenti l’obbligo si trasforma in una tassa occulta sulle imprese».
C’è da dire che la logica di fondo delle Cat Nat è valida e lodevole. «Il 98% delle micro imprese non era assicurato – spiegano da Wopta –. L’obbligo consente di abbassare i costi grazie alla più ampia mutualità e di estendere la protezione a tutti». Tuttavia, i fatti di questi giorni rischiano di compromettere l’adesione culturale al sistema di protezione e questo sarebbe un danno ben più grave di quelli materiali. Il quadro di partenza è già fragile. Il tasso di copertura della polizza Cat Nat tra le pmi italiane resta drammaticamente inferiore al 30%. «L’imprenditore italiano, storicamente diffidente verso strumenti percepiti come imposizioni burocratiche anziché come tutele efficaci, si trova oggi di fronte a un messaggio contraddittorio e disorientante: devi assicurarti per legge, ma la polizza non copre il rischio che ti ha appena colpito», avvertono Iannitti e Bonato.
Il risultato? Un possibile rigetto del sistema, soprattutto nelle aree costiere, e un danno reputazionale per le assicurazioni, percepite come ostili, trincerate dietro cavilli contrattuali, anziché come partner nella gestione del rischio. Nel caso specifico del ciclone Harry, poi, la beffa è doppia: l’impresa, che opera con un codice Ateco diverso o in una diversa classe dimensionale, potrebbe ancora accedere agli aiuti pubblici anche senza aver stipulato alcuna polizza. L’obbligatorietà infatti scadeva il 31 dicembre 2025, ad eccezione di alcune specifiche micro e piccole attività per cui l’entrata in vigore è stata prorogata al prossimo 31 marzo.
Per evitare tutto questo, secondo gli avvocati, servirebbero tre interventi urgenti: includere le mareggiate tra gli eventi assicurabili; stabilizzare le scadenze con uno stop alle proroghe; chiarire una volta per tutte il legame tra polizza obbligatoria, copertura dei danni e accesso agli aiuti pubblici. E visto che l’impianto delle Cat Nat non è stato definito dalle compagnie ma dal legislatore, se va migliorato, la responsabilità è politica.
Cosa mettere in conto
I prezzi delle polizze catastrofali variano molto. Dipendono dal territorio, dal tipo di immobile, dall’attività svolta, dal valore dei beni. Ad esempio, secondo Facile.it, per un mobilificio con immobili e macchinari per circa 3 milioni di euro, il costo annuo della Cat Nat è: 555 euro a Milano, 974 euro a Roma, 1.136 euro a Palermo.
Oltre alla copertura obbligatoria, esistono polizze multirischio per le imprese che permettono di ampliare le coperture, allargando lo spettro degli eventi atmosferici e includendo garanzie accessorie, come l’interruzione dell’attività. Questa garanzia può costare tra il 2 e il 5 per mille del valore assicurato. «Tutto e subito era impossibile – conclude Wopta –. Ma era necessario iniziare. Senza l’obbligo, certe coperture non sarebbero mai state sottoscritte, come accadde per il terremoto lungo l’Appennino».
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