L’ombra di una bolla finanziaria inizia ad allungarsi sul sodalizio che ha finora trainato la corsa all’intelligenza artificiale. Nvidia, il titano dei semiconduttori, forte di una valutazione che ha ormai superato la soglia dei 4.500 miliardi di dollari, ha scelto di ricalibrare il proprio impegno economico in OpenAi. Da un investimento monumentale da 100 miliardi di dollari, oggi la promessa è crollata a picco a 30 miliardi. Segnale che rischia di essere interpretato dai mercato come un brusco risveglio nella realtà.
Gran parte dei capitali iniettati in OpenAi finiscono infatti per tornare nelle casse di Nvidia sotto forma di ordini per nuovi chip, alimentando quello che molti credono essere definiscono un circuito chiuso o un circolo vizioso. Si teme che questa circolarità, anziché generare valore reale e profitti sostenibili nel lungo periodo, stia gonfiando una valutazione artificiale che rischia di esplodere qualora l’intelligenza artificiale non dovesse dimostrare, in tempi brevi, di poter monetizzare adeguatamente le immense capacità di calcolo acquistate.
Il patto decennale che avrebbe dovuto garantire a Nvidia una partecipazione stabile e a OpenAi una fornitura costante di processori sembra mostrare le prime crepe. La prudenza di Nvidia non nasce solo dai dubbi dei mercati, ma anche dalla crescente consapevolezza che OpenAi sta cercando di svincolarsi da questa dipendenza esclusiva. Sam Altman sta infatti tessendo una ragnatela di alleanze alternative, guardando con verso l’Oriente e il Medio Oriente. Le trattative con la giapponese SoftBank, il coinvolgimento del fondo di Abu Dhabi MGX e il sostegno mai sopito di Microsoft e Amazon delineano un futuro in cui OpenAi avrà una rete di collaborazioni diversificate per sostenere lo sviluppo dei suoi modelli.
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