Tra Siena e Milano l’aria ora è più respirabile. La volontà di fare il bene di Mps e Mediobanca ha infine prevalso sulle posizioni dei singoli consiglieri d’amministrazione. La delibera votata martedì 17 all’unanimità dai vertici della capogruppo Montepaschi, con la decisione di togliere dalle quotazioni Piazzetta Cuccia e la fusione per incorporazione, non era quella più gradita da tutti i membri del board. Tuttavia, si è scelta la via della compattezza sul percorso da intraprendere. Anche al netto di una mozione arrivata un po’ a sorpresa per lo meno nei tempi, ma comunque frutto delle interlocuzioni delle ultime settimane.
Da più parti si afferma che quanto si è deciso è volto unicamente a stemperare gli animi, ma che non si tratta di un compromesso. Una sorta di passo di lato, insomma. E del resto, se all’esterno fosse emersa una spaccatura all’interno del cda si sarebbero andati ad alimentare ulteriormente i sospetti. Ottenendo solo l’effetto di accendere ancora di più i fari dell’indagine della magistratura sul presunto concerto tra gli azionisti. Qualcuno forse avrebbe potuto dedurne che l’ipotizzata pressione sui consiglieri, in particolare del socio Francesco Gaetano Caltagirone, avrebbe avuto qualche elemento di concretezza. C’è poi un altro aspetto che ha avuto un peso decisivo sul voto del cda di Mps: la Banca centrale europea, in questa fase particolarmente delicata, non avrebbe accettato tentennamenti effetto dei contrasti tra gli azionisti. L’autorità di vigilanza ha imposto che non ci fossero ulteriori rinvii nella presentazione del piano industriale, chiedendo che fosse presentato prima del 15 aprile, quando si dovranno rinnovare i vertici dell’istituto.
Dagli ambienti di Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio prima azionista con il 17,5% di Montepaschi, filtra una presa di distanza dalle ricostruzioni degli ultimi giorni secondo le quali ci sarebbe stato un aperto schieramento a difesa del ceo Luigi Lovaglio, il quale ha sempre sostenuto, in contrasto con una parte del cda riconducibile a Caltagirone, la necessità di un delisting di Mediobanca. La holding guidata da Francesco Milleri fa sapere di non essersi schierata in alcun modo e di non avere parte nella decisione maturata in cda. La posizione di Delfin è sempre stata quella di non intromettersi in decisioni che competono al management dell’istituto.
Nel frattempo, continuano i lavori sulla lista del cda che sarà votata per il rinnovo dei vertici del Montepaschi. Nei giorni scorsi è avvenuta una nuova riunione interlocutoria, ma ormai pare assodato che al primo posto ci sarà ancora Lovaglio. Un board che dovrà avere il più possibile un profilo internazionale, anche perché i piani sono proprio quelli di un’espansione anche oltre confine del gruppo: prova ne è la nomina a capo del private banking di Mediobanca di Francesco Grosoli, che veniva dall’esperienza di Cmb Monaco. Secondo le ultime indiscrezioni, sembrerebbe che il veicolo sul quale sorgerà la nuova merchant bank sarà quello di Mediobanca Premier – l’ex CheBanca! – che avrebbe il vantaggio di avere già una licenza bancaria. Al suo interno confluiranno per l’appunto il private banking di fascia alta, le attività della banca d’investimento e la partecipazione al 13,2% di Assicurazioni Generali, gioiello della corona che viene così messo in sicurezza all’interno di una società separata. L’intento di questa mossa, come è anche emerso nel comunicato del 17 febbraio, è di preservare «un brand di altissimo valore con un patrimonio unico di competenze e sinonimo di eccellenza nei servizi di consulenza alle imprese e ai privati». In attesa che il 27 febbraio Lovaglio presenti al mercato l’atteso nuovo piano industriale – l’evento dovrebbe svolgersi nella sede milanese di Piazzetta Cuccia – le prime indicazioni fanno pensare che nel perimetro della nuova Mediobanca confluiranno il private banking di fascia alta di Premier: ovvero circa 600 advisor premier oltre ai circa 140 professionisti della divisione private banking e Cmb Monaco. Mentre la rete di consulenti finanziari potrebbe essere ricompresa all’interno del perimetro di Montepaschi, dove c’è già la rete di professionisti di Widiba. Quanto al credito al consumo di Compass, è assai probabile che anch’esso finisca sotto il controllo diretto di Siena, poiché ritenuto sinergico con l’attività di banca commerciale. Anche su questo farà luce il piano industriale, dopo che nei mesi scorsi si era parlato di una possibile espansione internazionale.
Un’altra questione rimasta per ora senza risposte è quella legata al compenso del presidente di Mediobanca, Vittorio Grilli. Lui, ex ministro delle Finanze e gran consigliere di JpMorgan, deve fare i conti con il ridimensionamento dello stipendio da oltre 2 milioni alla parte bassa di una forchetta stabilita dal cda dopo un’istruttoria sui valori di mercato, che dovrebbe corrispondere a 1 milione circa come altri presidenti di istituzioni italiane paragonabili. Mps in tal senso ha già deciso le sue linee guida, ma a quanto risulta a Moneta il compenso del presidente non è ancora stato approvato dal cda di Piazzetta Cuccia. In mancanza di una spiegazione ufficiale, gli scenari rimangono tutti aperti compreso quello di una rideterminazione del ruolo di Grilli all’interno del gruppo.
Nei prossimi mesi, si andrà delineando anche il dettaglio dell’operazione di revoca della quotazione di Mediobanca. I consigli, attraverso il supporto degli advisor, andranno a delineare un concambio azionario che possa portare al controllo totale di Piazzetta Cuccia da parte di Mps dall’attuale 86%. Una mossa, quest’ultima, che avrebbe anche il vantaggio di essere meno dispendiosa rispetto a un’offerta pubblica d’acquisto residuale la quale avrebbe comportato un esborso miliardario per l’istituto. I titoli sul mercato hanno risposto positivamente, anche nella prospettiva di un più alto grado di sinergie (700 milioni sono quelle promesse da Lovaglio) che la fusione per incorporazione dovrebbe garantire.
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