Edf e la maledizione dei reattori nucleari. Potrebbe essere il titolo di un film o di un libro. Invece si tratta, in sintesi, della saga reale di quello che sta vivendo da anni il colosso francese, tra i primi nel Vecchio Continente a sviluppare energia atomica. Una strategia che sicuramente è stata vincente per la Francia in molte delle crisi energetiche degli ultimi anni, ma a quale costo? Oggi l’azienda, tornata a essere pubblica nel 2023, vede lo Stato azionista al 100%. Ma con la quota, i cugini d’Oltralpe portano il peso economico delle continue svalutazioni per i ritardi sui progetti. Tra i tanti problemi in patria si sono aggiunti ora anche quelli che riguardano i progetti inglesi.
I principali problemi di Edf con il nucleare nel Regno Unito riguardano i massicci ritardi e la triplicazione dei costi per la costruzione della centrale di Hinkley Point, che hanno messo a dura prova le finanze del gruppo: nel 2025, l’utile netto è sceso a 8,4 miliardi di euro, in calo rispetto al 2024, e l’ebitda a 29,3 miliardi di euro. Il debito finanziario netto è stato ridotto ma è sempre elevato a quota 51,5 miliardi.
Stime sbagliate
Le problematiche principali riguardano l’aumento esponenziale dei costi che sono lievitati notevolmente rispetto alle stime iniziali; i tempi di realizzazione estremamente lunghi, simili a quanto già riscontrato in altri progetti europei di Edf, come Flamanville e una problematica gestione degli investimenti all’estero, unita alle scadenze di manutenzione che hanno alimentato una crisi nucleare che ha coinvolto i contribuenti francesi.
Il costo iniziale del progetto inglese da 18 miliardi di sterline è lievitato a 48 miliardi con svalutazioni che sono arrivate a oltre 10 miliardi.
Inflazione, difficoltà nelle catene di approvvigionamento e modifiche progettuali hanno aggravato ulteriormente il quadro, con migliaia di cambi di design che hanno aumentato l’uso di acciaio e cemento di oltre un terzo. Non va meglio il progetto Sizewell C, la nuova centrale nucleare gestita da Edf nel Suffolk (Regno Unito): qui le principali problematiche evidenziate sono di natura economica, ambientale e tecnica, similmente ai ritardi riscontrati nel progetto gemello di Hinkley Point C.

Non casi isolati, progetti analoghi, come quello di Flamanville in Francia e Olkiluoto in Finlandia, hanno registrato ritardi e sforamenti di budget significativi, evidenziando criticità strutturali nella realizzazione di queste infrastrutture complesse e mettendo in luce come grandi impianti nucleari siano sempre più costosi. E i tempi di realizzazione sempre più lunghi, in contrasto con la domanda di energia crescente.
Il caso storico è stato quello dell’Epr (European Pressurized Reactor) di Flamanville, in Normandia. Avviato nel 2007 con l’obiettivo di entrare in servizio nel 2012, il progetto ha accumulato oltre un decennio di ritardi a causa di problemi ingegneristici, difetti nelle saldature e revisioni imposte dall’autorità di sicurezza.
Il costo inizialmente stimato in circa 3,3 miliardi di euro è salito progressivamente fino a oltre 13 miliardi e, includendo gli oneri finanziari, a circa 23,7 miliardi, oltre sette volte il budget originario.
Punti dolenti
In soldoni quindi, il nucleare francese, pilastro energetico nazionale, affronta da tempo una profonda crisi caratterizzata da vecchiaia del parco reattori (56 unità), problemi strutturali e pesanti manutenzioni che riducono la produzione. Il settore soffre di ritardi colossali nei nuovi progetti e invertire la rotta non è più possibile.
Furono un caso, nel 2016, le dimissioni del cfo di Edf, Thomas Piquemal, per divergenze proprio sull’impatto finanziario di questi progetti.
Inoltre resta aperta la necessità di gestire 280 mila metri cubi di scorie radioattive a lungo termine. La Francia non dispone di un piano definitivo per lo stoccaggio di scorie radioattive che resteranno attive per oltre 100 mila anni. Anche la Corte dei Conti francese ha espresso forti dubbi sulla sostenibilità finanziaria dei nuovi piani nucleari, spingendo verso una diversificazione energetica.
La dimostrazione che forse sulla strada nucleare è meglio scegliere progetti più snelli, quindi la via, anche italiana, degli Smr. Di cosa si tratta?
Gli esperti
Negli ultimi anni si è parlato molto di nuova energia nucleare, in particolare del confronto tra i grandi reattori tradizionali come l’Epr e i più recenti Small Modular Reactor, noti appunto come Smr. Entrambi servono a produrre energia elettrica senza emissioni dirette di CO2, ma hanno caratteristiche molto diverse che stanno spingendo molti esperti a guardare con interesse ai secondi.
L’Epr è infatti un reattore di grandi dimensioni, progettato per produrre una quantità molto elevata di energia, circa 1.600 megawatt per singola unità. È una tecnologia avanzata, con sistemi di sicurezza evoluti e una lunga vita operativa prevista. Tuttavia, proprio perché è così grande e complesso, richiede cantieri enormi, investimenti iniziali molto alti e tempi di costruzione lunghi. Nella pratica l’investimento è più rischioso dal punto di vista economico.
Gli Smr, invece, nascono con una filosofia completamente diversa. Sono reattori molto più piccoli, con una potenza che generalmente non supera i 300 megawatt per modulo. La loro caratteristica principale è la modularità: possono essere costruiti in fabbrica in sezioni standardizzate e poi trasportati sul sito di installazione. Questo approccio industriale riduce la complessità del cantiere e, almeno in teoria, consente di contenere tempi e costi. Inoltre, invece di realizzare un’unica grande centrale, è possibile installare più moduli nel tempo, aumentando gradualmente la capacità produttiva in modo crescente in base alle necessità. Un altro aspetto che rende gli Smr particolarmente interessanti è la flessibilità. Mentre un Epr richiede una rete elettrica molto grande per assorbire tutta l’energia prodotta, un Smr può essere utilizzato anche in aree con reti più piccole, in siti industriali o in zone isolate. Questo li rende adatti non solo ai grandi Paesi industrializzati, ma anche in realtà diverse.
Dal punto di vista della sicurezza, molti progetti di Smr integrano sistemi cosiddetti “passivi”, cioè meccanismi che entrano in funzione automaticamente senza bisogno di intervento umano o alimentazione elettrica esterna. Anche gli Epr hanno sistemi di sicurezza molto avanzati, ma la minore dimensione e la progettazione semplificata degli Smr possono contribuire a ridurre ulteriormente alcuni rischi.
Inciampi vietati
Certo i grandi reattori restano molto efficienti quando si tratta di produrre enormi quantità di energia in modo continuo e possono risultare competitivi su larga scala. Tuttavia, in un contesto energetico che richiede flessibilità, rapidità di realizzazione e investimenti più distribuiti nel tempo, gli Smr sembrano la soluzione più adatta soprattutto per quei Paesi, come l’Italia, dove il ritorno al nucleare deve avvenire da zero. E non ci si può permettere inciampi sul futuro nucleare, né tanto meno ritardi ed extra costi. Nel 2025 è nata Nuclitalia (joint venture tra Enel, Leonardo, Ansaldo Energia) per studiare proprio l’adozione degli Smr, mentre tra le società più attive Newcleo sviluppa Smr di quarta generazione raffreddati a piombo.
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