Se è vero che lo scenario ideale per le Borse è quello della stabilità e della cooperazione tra i popoli, lo stato di guerra con cui purtroppo stiamo facendo i conti è quanto di più lontano possa esserci da tali obiettivi. Anche perché, prendendo a prestito le parole di Philip Lane, capo economista della Bce, «una guerra di ritorno in Medio Oriente e un calo persistente delle forniture di petrolio e gas dalla regione potrebbero causare un aumento sostanziale dell’inflazione e un netto calo della produzione nella zona euro». Lo scenario geopolitico che si sta palesando non prevede però al momento alternative a breve termine. E se, nonostante i possibili interventi delle autorità monetarie (che comunque potranno correggere solo marginalmente il trend), l’inflazione ripartirà, non resterà altro da fare se non mettere in atto le contromisure del caso. La Fed, banca centrale americana, ha già deciso, per esempio, di soprassedere al previsto taglio dei tassi d’interesse. Lo stesso dovrebbe fare la Bce, come ha affermato nei giorni scorsi Martins Kazaks, governatore della Banca centrale lettone, anticipando le comunicazioni ufficiali di Bruxelles. In Italia intanto, dove le scorte di gas sono a un livello di relativa sicurezza, pari al 50% del fabbisogno nazionale, il tasso d’inflazione è cresciuto a febbraio dello 0,8%, che corrisponde a circa l’1,6% annuo.
Strategie di investimento
Per quanto riguarda le strategie di investimento, quali sono dunque le scelte vincenti? È possibile individuare una tipologia di azioni capace di contrastare la crescita dei prezzi? La teoria – e l’osservazione di quanto è accaduto in passato – suggerirebbero di puntare sui titoli apparentemente sottovalutati ma che distribuiscono dividendi stabili e crescenti. Privilegiando in particolare le azioni di società solide finanziariamente e la cui attività principale è la vendita di beni e servizi essenziali. La scelta non è facile, ma è possibile circoscriverla ad alcuni titoli appartenenti ai settori dell’energia, della finanza e dell’industria. Nel primo caso spicca Eni, pur tenendo conto ovviamente degli effetti delle eventuali future oscillazioni del prezzo del petrolio, mentre tra i bancari si può partire dall’analisi di due società leader del settore, come Intesa Sanpaolo. Quanto ai titoli industriali, invece, Stellantis necessita di un attento monitoraggio, che tenga conto anche dell’andamento del comparto automobilistico in Europa e nel mondo.
Eni
Il titolo del gruppo del Cane a sei zampe ha toccato a inizio marzo i massimi dell’anno a 20,37 euro sull’onda dell’impennata del prezzo del petrolio, in netto rialzo a seguito dello scoppio della guerra in Iran. Gli analisti sono in gran parte ottimisti sulla società guidata da Claudio Descalzi. Mercoledì 4 marzo, per esempio, Jefferies ha confermato la raccomandazione «buy» (comprare) e alzato a 23 euro il target price. Nei giorni precedenti si erano registrati altri aumenti del prezzo obiettivo. Lunedì si sono pronunciate JP Morgan e Bank of America. Nel primo caso con un miglioramento del giudizio (innalzato a «overweight», sovrappesare in portafoglio) e del target price ( a 23 euro); nel secondo con la conferma della valutazione «hold» (mantenere in portafoglio) e l’innalzamento a 18,5 euro dell’obiettivo di prezzo. Prima ancora (ma è necessario risalire al 27 febbraio, il giorno successivo alla presentazione dei conti 2025) si erano pronunciate Hsbc, Equita Sim e JP Morgan. Tutte e tre hanno confermato i precedenti giudizi (rispettivamente «hold», mantenere,«buy», comprare e «underweight», sottopesare) con i target di prezzo in deciso aumento (nell’ordine a 23 euro, 22 euro e 18,5 euro).
Intesa Sanpaolo
Il bilancio dell’ultimo mese è leggermente negativo, ma a metà settimana la quotazione aveva recuperato terreno, fino a superare, nel corso della seduta di mercoledì 4 marzo, i 2 punti percentuali di rivalutazione. In ogni caso è nettamente positivo (+13%) il confronto con la quotazione di un anno fa. Anche le valutazioni degli analisti sono unanimemente favorevoli. Mercoledì 4 febbraio, per esempio, Deutsche Bank aveva confermato il «buy» e alzato il target price a 6,8 euro. Il giorno precedente si erano espresse positivamente altre tre primarie banche d’affari: Equita Sim, Barclays e JP Morgan, che avevano anch’esse ribadito i precedenti giudizi (nell’ordine «buy» la prima e «overweight», sovrappesare, le altre due). In miglioramento inoltre i prezzi obiettivo, rispettivamente a 7 euro nel primo caso e 7,3 euro negli altri due. Un po’ più indietro nel tempo troviamo ulteriori «promozioni» da parte di Ubs, Mediobanca ed Equita Sim. La prima il 22 gennaio aveva confermato il «buy» e alzato a 6,45 euro il target di prezzo; la seconda (20 gennaio) e la terza (14 gennaio) avevano a loro volta ribadito i precedenti giudizi («neutral» e «buy» rispettivamente) indicando entrambe a 7 euro l’obiettivo di prezzo sull’azione.
Stellantis
Il titolo della società automobilistica che vede la holding Exor (famiglia Agnelli-Elkann) nel ruolo di primo azionista, seguita dalla famiglia Peugeot e dallo Stato francese, ha recuperato terreno e mercoledì 4 marzo veniva scambiato a 6,5 euro per azione, mantenendo tuttavia una situazione di profondo “rosso” (47% circa la percentuale di perdita) rispetto a un anno fa. La società ha comunicato nei giorni scorsi che, essendosi chiuso in deficit il bilancio 2025, quest’anno non saranno remunerati gli azionisti. L’ultimo dividendo pagato da Stellantis risulta dunque essere stato quello di 0,68 euro, staccato il 22 aprile 2025.
Inevitabili, dopo l’annuncio della società, le “correzioni” al ribasso dei giudizi da parte degli analisti. Lunedì scorso 2 marzo Citigroup aveva confermato la precedente valutazione «neutral» e ridotto il target price a 8 euro. In precedenza Banco Santander (24 febbraio) aveva tagliato a 7 euro l’obiettivo di prezzo e lo stesso aveva fatto Goldman Sachs pochi giorni prima, il 20 febbraio. In precedenza (12 febbraio) Berenberg aveva confermato il «buy» e fissato a 7,8 euro il prezzo obiettivo (anche in questo caso in diminuzione rispetto alla precedente valutazione).
Andando ancora più indietro nel tempo, il 10 febbraio, si erano espressi, insieme con una lunga serie di banche d’affari, anche Equita sim e Morgan Stanley. In entrambi i casi gli analisti delle due realtà («hold», mantenere in portafoglio, nel primo caso; «market perform», si muoverà in linea con il mercato, nel secondo), pur confermando i precedenti giudizi hanno ridotto i rispettivi prezzi obiettivo, rispettivamente a 7,9 e 7 euro. Per il resto il panorama è variegato: si va dai 9,7 euro indicati da Ubs ai 10 euro di Jefferies; dai 7,9 euro di Equita Sim ai 7 euro di Morgan Stanley, dagli 8,3 euro di Intesa Sanpaolo ai 7 euro che accomunano Deutsche Bank, Hsbc e Oddo Bhf.
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