Inciampo a sorpresa del mercato del lavoro statunitense. Secondo i dati pubblicati dal Dipartimento del Lavoro, a febbraio l’economia statunitense ha perso 92.000 posti di lavoro, deludendo le aspettative degli economisti che erano di una crescita di 55mila posti secondo il consensus Bloomberg. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 4,4%, leggermente sopra le aspettative fissate al 4,3%.
Spicca anche la revisione al ribasso dei dati dei due mesi precedenti. A gennaio i posti di lavoro creati sono stati 126mila (4 mila in meno della precedente lettura), mentre a dicembre l’aumento di 48.000 posti di lavoro si è ribaltato in una perdita di 17.000 unità, con una riduzione complessiva di 69.000 posizioni rispetto agli ultimi due report sull’occupazione.
Immediata la reazione negativa dei mercati, già in balia del forte aumento del prezzo del petrolio con il Brent che in queste ore si è spinto sopra i 90 dollari al barile dopo che il ministero dell’Energia del Qatar ha detto che la guerra potrebbe costringere i paesi del Golfo a interrompere le esportazioni di energia entro poche settimane.
A Wall Street l’indice S&P 500 cede l’1,6%, mentre il Nasdaq arretra dell’1,43%. Accelerazione al ribasso anche per Piazza Affari con il Ftse Mib in calo dell’1,76% circa. Spiccano i cali di Mps (-5%), Intesa Sanpaolo (-3%) e Unipol (-2,9%).
Tra gli altri asset soffre anche il bitcoin (-4% a 68.500 dollari).
Dilemma Fed
Il calo dei nuovi posti di lavoro rischia di complicare ulteriormente il compito della Federal Reserve, che già dovrà monitorare il rischio di una nuova fiammata dell’inflazione in scia alla crisi energetica legata al conflitto in Medio Oriente. “Il problema è tutt’altro che semplice – rimarca Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia – Da un lato, un mercato del lavoro che rallenta potrebbe giustificare nei prossimi mesi una linea più accomodante. Dall’altro, la banca centrale deve restare prudente perché l’escalation della guerra con l’Iran rischia di alimentare nuove pressioni inflazionistiche attraverso l’aumento dei prezzi energetici, dei carburanti e dei costi di trasporto”.
In questo contesto, la Fed si trova quindi in un forte dilemma: lavoro in calo e segnali di raffreddamento dell’economia da una parte, rischi di inflazione in rialzo dall’altra. “Le assunzioni rimangono contenute e l’aumento dei costi energetici ridurrà il potere d’acquisto, lasciando la porta aperta ai tagli dei tassi della Fed. Ma questa sarà una storia che si svolgerà verso la fine della seconda metà dell’anno”, argomenta James Knightley, capo economista internazionale di Ing.
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