Le prime banconote sembrano avere una fama diabolica, puzzano di zolfo. Chi si può fidare di un pezzo di carta, di una promessa, al posto di oro e argento? È così che però appaiono. È la Francia che ha appena seppellito Luigi XIV ma non i suoi immensi debiti. Il Re Sole è il monarca assoluto sopravvissuto a figli e nipoti. Versailles è il segno del suo splendore, ma la guerra di successione spagnola ha dissanguato il regno. Luigi XV è solo un bambino e ora la Francia è nelle mani del reggente, Filippo d’Orléans. È un personaggio affascinante, controcorrente, che ama il sesso e odia le preghiere, dissoluto e ateo, quando dichiarare di non credere in Dio non era roba da poco. Tocca a lui salvare la Francia dalla bancarotta e per farlo si affida a uno scozzese, protestante, con una condanna a morte sulle spalle. Si chiama John Law e ha idee interessanti. È un giocatore d’azzardo, un matematico, un assassino per duello, un visionario e, soprattutto, è l’uomo che prova a trasformare il denaro: da metallo pesante a fiducia leggera.
La sua storia comincia come un romanzo d’avventura. Edimburgo, fine Seicento. Figlio di un orafo, cresciuto tra bilance e monete d’oro, Law comprende presto una cosa che ai sovrani sfuggiva: il denaro non è l’oro. L’oro è solo il modo in cui gli uomini decidono di rappresentarlo. Nel 1694 la sua vita prende una piega che sembra scritta da un drammaturgo ubriaco. Un duello a Londra, un colpo di spada, un morto a terra. Law viene condannato a morte. Fugge di prigione e comincia una lunga fuga attraverso l’Europa: Amsterdam, Venezia, Genova, Torino. Ovunque porta con sé un’idea semplice e scandalosa: la moneta non deve essere fatta di oro o argento. Può essere carta.
Le vere ricchezze
Per secoli gli uomini avevano creduto che il valore stesse nel metallo, ma Law osserva il mondo con occhi diversi. L’oro è raro, rigido, insufficiente. La ricchezza reale di uno Stato, dice, è la terra, il commercio, il lavoro. Se la moneta rappresenta quell’economia, allora può essere stampata. Basta una cosa: fiducia.
È un’idea così moderna da sembrare folle. Per anni nessuno lo ascolta. I sovrani europei preferiscono guerre e tasse. Ma nel 1715 la Francia è un gigante stremato. La gloria di Luigi XIV ha lasciato dietro di sé un Paese indebitato fino al collo. Versailles brilla come un sole artificiale, ma il tesoro reale è quasi vuoto. È qui che Law incontra l’uomo giusto: Filippo II d’Orléans, reggente del giovane Luigi XV. Il duca ha bisogno di denaro. Law ha bisogno di un esperimento.
Nel 1716 nasce la Banque Générale. Per la prima volta in Europa una banca emette banconote che circolano come moneta. Non sono pezzi di metallo, ma promesse. La cosa sorprendente è che funzionano. La carta corre più veloce dell’oro. Gli scambi aumentano. Il commercio riprende fiato. Parigi si accorge che la ricchezza può nascere anche da un foglio stampato. Poi arriva il sogno più grande.
Law crea la grande macchina finanziaria del tempo: la Compagnia francese delle Indie, destinata a sfruttare le immense terre della Louisiana lungo il Mississippi. È la promessa di un nuovo mondo pieno di oro, argento e ricchezze infinite. Gli investitori fanno la fila. Nobili, borghesi, speculatori. Le azioni salgono come fuochi d’artificio. Parigi diventa una Borsa febbrile. In rue Quincampoix si comprano titoli come se fossero pane.
La moneta stampata dalla banca alimenta l’euforia. Le azioni della compagnia salgono ancora. Più salgono, più si stampano banconote per comprarle. È il primo grande esperimento di capitalismo finanziario moderno. E anche la prima gigantesca bolla.
Nel 1720 il sogno si incrina. Le ricchezze della Louisiana sono molto meno spettacolari delle promesse. Gli investitori cominciano a vendere. Tutti vogliono trasformare i biglietti di carta in monete vere, ma non ci sono abbastanza metalli per soddisfare la corsa agli sportelli.
Bolla
Il sistema collassa. La bolla del Mississippi esplode. Migliaia di persone perdono fortune costruite in pochi mesi. La fiducia evapora come nebbia. Law, l’uomo che aveva fatto credere alla Francia che la carta potesse essere denaro, scappa di notte da Parigi quasi come anni prima da Londra. Torna a essere un esule, un giocatore, un fantasma della storia. Muore povero a Venezia nel 1729.
La sua sconfitta è solo apparente, perché l’idea che aveva immaginato sopravvive alla sua caduta. La moneta non è più solo oro. È fiducia, credito, promessa di futuro. Tre secoli dopo il mondo vive immerso in quella intuizione. Le banconote, e persino il denaro digitale, sono figli di quel giocatore scozzese che capì prima degli altri una verità semplice e pericolosa: il denaro non è ciò che pesa. È ciò in cui gli uomini credono. Il resto, come spesso accade nella storia della finanza, è una questione di fede. E di memoria molto corta.
© Riproduzione riservata