L’affannosa corsa globale all’intelligenza artificiale ha nel Medio Oriente uno snodo cruciale. Non solo perché Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita attirano da anni gli investimenti miliardari dei giganti tecnologici per la costruzione di infrastrutture digitali. Ma anche perché una parte rilevante dell’energia che rende possibile la realizzazione degli elementi alla base dei prodotti dell’automazione arriva proprio da quella parte di mondo. Il legame è meno dibattuto, ma altrettanto preoccupante. Aziende come Samsung Electronics e SK Hynix – tra i principali produttori mondiali di memorie per computer, smartphone, data center, automotive – operano in Paesi come la Corea del Sud e Taiwan, fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche dal Medio Oriente.
I chip e le memorie sono gli ingranaggi del sistema, senza i quali la corsa rischia l’arresto. Ma il mercato di questi beni è estremamente concentrato: i produttori di componenti operano con pochissimi concorrenti globali, in un settore caratterizzato da enormi economie di scala. Se aumenta il costo dell’energia, cresce anche il prezzo dei loro prodotti che sono difficilmente sostituibili dal momento che le alternative sono pochissime. «La vicenda dei data center per l’intelligenza artificiale nel Golfo è dirimente: questi Paesi hanno siglato investimenti con quasi tutti gli attori più significativi dell’industria dei semiconduttori, quindi Nvidia e Amd, ma anche OpenAI, Oracle e Amazon», spiega Alessandro Aresu, scrittore e analista di geopolitica dell’intelligenza artificiale. Microsoft ha annunciato un piano di investimenti da 15,2 miliardi di dollari negli Emirati Arabi Uniti tra il 2023 e il 2029, grazie alla partnership con la società G42. Amazon Web Services investirà oltre 5,3 miliardi di dollari per costruire una nuova area di data center in Arabia Saudita entro il 2026. Google Cloud e il Fondo di investimento pubblico saudita hanno annunciato un progetto da 10 miliardi di dollari per sviluppare un hub globale dell’intelligenza artificiale nel Paese, insieme alla società tecnologica locale Humain. Anche Oracle ha dichiarato che investirà 1,5 miliardi di dollari per espandere la propria infrastruttura cloud in Medio Oriente.
Si tratta di un problema a più livelli. Il primo è quello dei grandi data center in costruzione nel Golfo. Tra i progetti più rilevanti c’è l’infrastruttura sviluppata da OpenAI e Oracle chiamato Stargate UAE, ad Abu Dhabi, parte di un accordo più ampio da 100 miliardi di dollari con il governo americano, la cui attivazione è prevista per il 2026. «Progetti di questo genere dovranno prevedere anche aspetti di difesa delle infrastrutture che fino a pochi anni fa non erano neanche contemplati», osserva l’esperto. L’allarme è scattato dopo che tre data center di Amazon sono stati danneggiati dagli attacchi iraniani a inizio marzo: l’obiettivo erano le attività di intelligence militari.
Il secondo riguarda la capacità di investimento dei Paesi del Golfo. Se tensioni geopolitiche o instabilità energetica dovessero colpire le economie di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, anche i loro programmi di investimento globale potrebbero essere ridimensionati. Negli ultimi tre-quattro anni i fondi sovrani dei due Paesi hanno infatti iniziato a investire anche in infrastrutture digitali europee, tra data center e campus dedicati all’intelligenza artificiale. Ma un altro snodo della questione si nasconde all’interno degli ingranaggi delle macchine intelligenti: l’oligopolio di chi produce i componenti su cui si basa l’intera catena tecnologica. «La filiera dei semiconduttori funziona con volumi sempre più grandi attraverso diversi punti di concentrazione», spiega Aresu. Per esempio Nvidia domina nella progettazione di chip, la taiwanese Tsmc nella produzione dei semiconduttori logici, le memorie sono concentrate soprattutto tra Samsung e SK Hynix; mentre gli acceleratori di rete prodotti da Broadcom sono un altro possibile collo di bottiglia. «Non è ancora possibile ridurre il potere di influenza di queste aziende, che sono in grado di innovare moltissimo e per questo restano difficilmente sostituibili: nessuno sa fare esattamente ciò che sanno fare loro». La struttura stessa di questo oligopolio è strettamente legata anche alle variabili energetiche. «Se la Corea del Sud dovesse incontrare difficoltà nell’approvvigionamento di energia, i costi di produzione delle memorie aumenterebbero, e verrebbero trasferiti sul consumatore finale». Pensare che al posto delle memorie coreane possa emergere rapidamente un produttore europeo è, di fatto, poco realistico. «Il settore dei chip ha una fame energetica enorme. Samsung e SK Hynix hanno stabilimenti in Paesi come Corea del Sud e Taiwan, che dipendono fortemente dalle importazioni di energia dal Medio Oriente». A differenza della Cina – che essendo uno dei maggiori acquirenti mondiali di energia dispone di un potere contrattuale maggiore – per queste economie il margine di manovra è più ridotto. «Se il costo dell’energia per i produttori di memorie aumenta in modo significativo è un problema anche per le aziende e i consumatori europei». Finché durerà il ciclo di espansione dell’intelligenza artificiale la domanda resterà elevata e l’incertezza energetica rischia di trasformarsi in un ulteriore fattore di pressione sui costi.
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