Più Stato, meno mercato. Con la guerra cambia tutto. L’amministrazione più liberal al mondo, quella statunitense targata Trump, si sostituisce al mercato delle assicurazioni, garantendo copertura contro i rischi di guerra, che i privati non possono e non vogliono più sostenere. Dal 5 marzo tutte le navi in transito nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman, fino alle acque territoriali adiacenti al Pakistan saranno prive della copertura assicurativa contro i rischi bellici fornita da tutti i grandi club mondiali.
Prima dell’escalation in Iran e degli attacchi di ritorsione di Teheran contro gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait e il Bahrein, i premi di rischio di guerra per il Golfo Persico erano pari a circa lo 0,25% del valore dello scafo di una nave. Gli incrementi sono stati tali per cui il costo dell’assicurazione per una superpetroliera sarebbe salito a 400 mila dollari per ogni viaggio. Troppo per gli armatori e troppo rischioso per le compagnie di assicurazione qualora scattassero i termini previsti dalla polizza. Meglio affrontare i costi aggiuntivi di rotte più lunghe che costano fino a 10 giorni in più di navigazione, ma con rischi assicurativi più abbordabili per il mercato privato. E allora sul fronte del trasporto marittimo interviene l’amministrazione Usa. La United States Development Finance Corporation (Dfc) ha ricevuto l’ordine esecutivo di fornire assicurazioni contro i rischi politici e garanzie finanziarie per l’intero commercio marittimo che transita nel Golfo Persico, con un’ovvia attenzione al comparto energetico. La Casa Bianca punta anche a offrire scorte armate, anche se per il momento non è ancora possibile visto che l’esercito è assorbito dalle operazioni belliche: secondo il segretario all’Energia lo scudo potrebbe iniziare da fine marzo.
È vero che generalmente i rischi guerra sono esclusi dalle coperture assicurative. Nelle assicurazioni marittime, data la loro specificità (rispetto alla disciplina generale delle assicurazioni) e la loro necessaria internazionalità nel coprire trasporti perlopiù internazionali, nonché per lunga tradizione assicurativa, è storicamente possibile concordare con l’assicuratore che siano inclusi nell’oggetto del contratto anche i rischi di guerra. Il pagamento di uno specifico premio, che può differire a seconda che oggetto della copertura sia la nave, o il carico, e in tal caso può differire anche sulla base del carico trasportato. Tuttavia, un mercato specifico si sta preparando. Una palestra per il nuovo “war risk insurance” è stato il conflitto in Ucraina, ma in questo caso l’area di protezione era delimitata anche territorialmente. Più monitorabile. In Ucraina si sono assicurati edifici privati, imprese, persino singoli cittadini hanno comprato polizze per proteggere la propria auto dai danni derivanti da azioni belliche.
A Londra, fulcro mondiale del war risk insurance, transitano circa l’80% dei premi globali, stimati in un miliardo di dollari all’anno. Il pricing varia sensibilmente a seconda del contesto geopolitico. «Le polizze assicurative del rischio guerra possono coprire una vasta gamma di attività e di beni – spiegano alla Quantum Group, un broker internazionale – tra cui proprietà e beni immobili, come edifici, strutture e infrastrutture; beni mobili, come veicoli, navi, aeromobili e merci in transito». Eppure, secondo l’ultimo rapporto di Aon il rischio bellico non era nemmeno fra i primi dieci avvertiti dalle imprese europee, fino allo scorso anno.
Una delle limitazioni più comuni nelle polizze assicurative del rischio guerra è la cosiddetta “clausola delle five major powers”, che esclude la copertura per atti di guerra o conflitti armati che coinvolgono una o più delle cinque potenze principali (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia). Questa clausola è stata introdotta per limitare l’esposizione delle compagnie assicurative ai rischi associati a conflitti di vasta scala e ad alto impatto che coinvolgono le principali potenze militari del mondo. E poi c’è tutto il capitolo delle coperture assicurative, connesse al rischio bellico – per ora formalmente escluse – per coloro che viaggiano, per lavoro o per turismo. Ma forse è solo una lacuna di un settore dal valore globale stimato di quasi 26 miliardi di dollari (756 milioni di dollari per l’Italia secondo il Barometro assicurazione viaggio di Hellosafe): le garanzie possono comprendere il pagamento di una somma in caso di morte o invalidità causata da incidente durante il viaggio, il rientro per ragioni sanitarie, l’invio o la segnalazione di un medico in caso di necessità, il rimborso di spese mediche, la copertura di un danno causato da furto o rapina del bagaglio, le spese per ritardata consegna del bagaglio. La geopolitica precipita comunque nelle tasche dei cittadini, anche se lontani – per ora – dai teatri di guerra, attraverso ripercussioni che riguardano ogni forma di assicurazione. Fino alla Rc auto. Proprio la guerra in Ucraina aveva fatto risalire in modo sensibile i premi trainati dal rincaro del costo dei sinistri, a sua volta cresciuto a causa dell’aumento dei costi di riparazione dei veicoli e dei pezzi di ricambio. «A marzo 2023, dopo dodici mesi dallo scoppio del conflitto in Ucraina – commenta Andrea Ghizzoni, managing director assicurazioni di Facile.it – secondo il nostro osservatorio Rc auto i prezzi medi dei premi pagati dagli assicurati erano aumentati del 18%. Va anche detto che, all’epoca, le tariffe di partenza erano basse e godevano ancora degli sconti legati alla pandemia; quindi, il margine di aumento era più ampio; inoltre, prima di vedere un impatto sui premi Rc auto, passarono diversi mesi con inflazione e costi energetici alle stelle. Insomma, non è detto quindi che anche in questo caso la storia si ripeta uguale al passato, saranno determinanti la durata dell’attuale conflitto e le ricadute sul prezzo delle materie prime; in ogni caso, momenti di tensioni internazionali prolungate difficilmente lasciano indenni le tariffe, anche quelle assicurative».
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