La Notte degli Oscar 2026 ha consacrato Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson con sei statuette, tra cui Miglior film, regia e attore non protagonista a Sean Penn. Sul palco anche Michael B. Jordan e Jessie Buckley, rispettivamente Miglior attore e Miglior attrice, mentre l’unica italiana premiata è Valentina Merli, produttrice di Two People Exchanging Saliva, miglior cortometraggio live action. Tra le curiosità della serata: nessun riconoscimento per Timothée Chalamet e Leonardo DiCaprio.
Dietro la gloria e i titoli celebrati, la statuetta stessa è un oggetto di grande interesse economico. Alta 34,3 centimetri e dal peso di quasi 3,9 chilogrammi, ogni Oscar richiede circa tre mesi di lavorazione. È realizzata in britannium, lega metallica, e ricoperta da un sottile strato d’oro 24 carati. La rifinitura artigianale garantisce precisione e cura dei dettagli, con un valore dei materiali stimato attorno a 400 dollari, molto inferiore al prestigio simbolico del premio.
La statuetta, con la sua figura di cavaliere che impugna la spada e poggia su una bobina cinematografica, è un simbolo che unisce i cinque rami originali del cinema – attori, registi, produttori, tecnici e sceneggiatori – e il ruolo della spada indica protezione e difesa dell’industria. Il nome “Oscar”, oggi iconico, nacque nel 1931 per analogia con lo zio della bibliotecaria dell’Academy, Margaret Herrick, che osservando la statuetta commentò che le ricordava “suo zio Oscar”.
Dal punto di vista economico, il premio è praticamente inalienabile: chi lo riceve non può venderlo senza prima offrirlo all’Academy per la cifra simbolica di un dollaro. Così, mentre il valore materiale rimane modesto, il vero “prezzo” di un Oscar è nella carriera che può aprire, nella visibilità internazionale e nel prestigio che conferisce, trasformando ogni statuetta in un simbolo di riconoscimento unico e insostituibile.
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