La violenza economica è una forma di abuso capace di incidere profondamente sull’autonomia, la sicurezza e la libertà delle persone. Il gruppo Sella e l’Università Cattolica del Sacro Cuore hanno condotto una ricerca, sostenuta da Banca Sella e Fabrick, volta a misurare la diffusione della violenza economica in Italia e a individuare i fattori che ne aumentano o riducono il rischio, sia per chi la subisce sia per chi la agisce.
La violenza economica si manifesta attraverso comportamenti intenzionali che mirano a limitare o controllare l’accesso alle risorse economiche di un’altra persona, creando condizioni di dipendenza e vulnerabilità. La ricerca individua tre modalità principali attraverso cui questo abuso prende forma: il controllo economico, che implica la restrizione dell’accesso al denaro e agli strumenti finanziari, nonché la richiesta sistematica di rendicontazioni delle spese; il sabotaggio economico, che ostacola le opportunità di lavoro o di formazione e lo sfruttamento economico, che si concretizza nell’appropriazione delle risorse della vittima o nell’imposizione di obblighi finanziari non consensuali.
Il 46% degli italiani dichiara di non avere mai sentito parlare di violenza economica e solo il 10% riconosce correttamente tutti i comportamenti che la caratterizzano. Una volta spiegato, il fenomeno viene considerato una forma di violenza grave, anche se generalmente risulta meno percepito come tale rispetto ad altri tipi di abusi.
Nonostante la scarsa conoscenza, si registra una forte apertura verso iniziative di informazione e prevenzione. Quasi il 90% degli italiani esprime il bisogno di ricevere maggiori informazioni e strumenti concreti per riconoscere la violenza economica e supportare chi ne è vittima, delineando un contesto favorevole per interventi di sensibilizzazione.
I segmenti più a rischio
Il 15% degli italiani maggiorenni, pari a circa 7,7 milioni di persone, dichiara consapevolmente di aver subito episodi di violenza economica. Tale valore si accentua in modo significativo in alcuni segmenti, che risultano maggiormente vulnerabili a forme di violenza economica, ovvero le persone che si trovano in condizione di disoccupazione (24%), quelle nella fascia d’età 35-44 anni (22%), chi ha un reddito personale e familiare limitato (20%), e chi è single, separato o vedovo (19%). È importante sottolineare che questi fattori non sono cause dirette della violenza economica, ma aumentano la probabilità di trovarsi in condizioni di vulnerabilità economica e di abuso.
Le vittime dichiarano, inoltre, che sono soprattutto i partner o gli ex partner (54% dei casi) gli autori della violenza economica; nel 35% dei casi, tuttavia, le forme di violenza risultano perpetrate nel rapporto fra genitori e figli, evidenziando come il fenomeno non sia ascrivibile esclusivamente alle relazioni di coppia, ma riguardi più in generale tutta la sfera delle relazioni familiari.
Un fenomeno nascosto
Accanto alla significativa diffusione del fenomeno, la ricerca evidenzia una marcata inerzia nelle reazioni. Quasi la metà di chi ha subito violenza economica dichiara di non aver adottato alcuna misura di contrasto. Quando viene fornita una risposta, questa si concentra prevalentemente sul ricorso a reti informali come familiari e amici, mentre risultano più rare le richieste di supporto strutturato.
“I risultati della nostra ricerca forniscono indicazioni utili per affrontare il fenomeno, diffuso ma spesso poco visibile, della violenza economica in Italia. È essenziale sostenere attività di sensibilizzazione, rafforzare e semplificare l’accesso alle reti di supporto e incentivare lo sviluppo delle competenze finanziarie, quali strumenti chiave per favorire l’empowerment e la prevenzione. Queste azioni possono svolgere un ruolo determinante nel promuovere un cambiamento culturale e superare gli stereotipi di genere che sono alla base di molte dinamiche di controllo economico, contribuendo così ad avere un impatto positivo nella vita delle persone” ha commentato Marco Landi, HR Director del gruppo Sella.
Secondo Edoardo Lozza, professore ordinario di Psicologia Economica presso l’Università Cattolica, “la ricerca mostra con chiarezza come la competenza finanziaria percepita (cioè l’autoefficacia finanziaria) rappresenti il principale fattore protettivo contro la violenza economica. Questo significa che è necessaria un’educazione affettiva alla gestione del denaro, che sappia riconoscere e padroneggiare le emozioni, spesso inconsapevoli, che si legano alle nostre pratiche economiche. Accanto a questo, risulta prioritario promuovere un cambiamento culturale per contrastare stereotipi e pregiudizi di genere, che alimentano e troppo spesso possono contribuire a legittimare le dinamiche alla base di molte situazioni di violenza economica”.
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