Elasticità, durata, mancanza di pieghe, capacità di drenare il sudore e di adattarsi ai movimenti senza ostacolarli. Sono queste le caratteristiche che hanno fatto di poliestere, elastan, nylon e altre fibre sintetiche i materiali d’elezione per l’abbigliamento tecnico e sportivo. Proprio per questo i grandi gruppi dell’abbigliamento sportivo, che già erano alle prese con una perdita di appeal delle sneakers, rischiano di essere tra i più esposti alla crisi provocata dalla guerra in Iran, visto che poliestere & company sono prodotti proprio a partire dal petrolio. E con i rincari della materia prima ci si attende un aumento dei prezzi di pantaloncini, tute e magliette, alimentato anche dall’impennata dei costi dei trasporti dall’Asia, dove spesso le fabbriche dei colossi del comparto hanno delocalizzato la produzione.
Il caso Asics
I problema riguarda sia il fast fashion sia l’abbigliamento sportivo. Un primo allarme è arrivato dalla giapponese Asics, con il presidente Mitsuyuki Tominaga cha ha paventato un aumento dei listini a causa dell’aumento dei costi di trasporto. Asics produce le calzature destinate al mercato europeo e americano principalmente in Indonesia e Vietnam e le spedisce attraverso il canale di Suez, ma sta valutando di cambiare percorso passando da Capo di Buona Speranza per evitare le zone coinvolte dal conflitto, a cui si sono uniti anche gli Houthi che controllano lo Stretto di Bab el-Mandeb. Meglio affrontare costi di spedizione maggiori e tempi di viaggio più lunghi che il rischio di attacchi contro le navi cargo.
I rincari fibra per fibra
Il prezzo del polietilene, materiale utilizzato negli imballaggi e in alcuni capi di abbigliamento, è aumentato del 28% dall’inizio della guerra secondo Trading Economics. Il prezzo della gomma sintetica (necessaria per produrre le sneakers) è cresciuto del 33% nello stesso periodo. Il poliestere Poy e la fibra di poliestere in fiocco hanno fatto un balzo del 21% in un solo giorno, il più alto degli ultimi tre anni.
Su pure i prezzi dei coloranti, aumentati in media del 10-30%, ma con alcune sottocategorie balzate del 350% in 20 giorni.
Per i capi per il prossimo autunno-inverno ci si aspettano rincari di circa il 15%, che potrebbero fermarsi intorno all’8% per i capi in lana, lino, cotone e altre fibre naturali, meno impattate dall’aumento dei prezzi.
I conti di Nike
La tensione sulle materie prime si unisce a performance già poco brillanti dei colossi del comparto sportswear. Nike, subito dopo aver presentato i conti del trimestre chiuso il 28 febbraio, ha perso in Borsa il 14%: pur battendo le stime, i risultati hanno deluso sul fronte delle prospettive, con JPMorgan e Bank of America che hanno tagliato il rating da Overweight a Neutral.
Ricavi stabili a 11,3 miliardi di dollari, margine lordo sceso di 130 punti base al 40,2%, penalizzato principalmente dai dazi Usa, e un crollo in Cina, con le vendite calate del 7%. Secondo Barclays ci vorranno almeno altri quattro trimestri per tornare a crescere nel Dragone.
Puma
Puma (la cui quota di maggioranza del 29% a inizio anno è passata alla cinese Anta Sports) ha presentato il bilancio 2025 il 26 febbraio, proprio alla vigilia dello scoppio della guerra in Iran: fatturato in calo dell’8,1% principalmente per le iniziative di riorganizzazione strategica. Giù anche il margine lordo. E prospettive negative per il 2026: per l’anno in corso il gruppo prospettava un calo delle vendite fra il 5 e il 10% e un risultato operativo (Ebit) compreso tra -50 e -150 milioni di euro.
Adidas
Per Adidas conti in positivo nel 2025 con ricavi in aumento del 13% al livello record di 24,8 miliardi di euro. Ma anche in questo caso gli analisti sono rimasti freddi visto che non sono stati convinti dalle previsioni di crescita per l’anno in corso. RBC Capital Markets ha affermato che le prospettive potrebbero risultare inferiori alle aspettative del mercato. La guidance per un utile operativo di circa 2,3 miliardi implicherebbe “una riduzione del 15% delle stime di consenso sugli utili a valore nominale”, aggiungendo che il margine implicito di circa l’8,5-8,8% mancherebbe l’obiettivo a medio termine del 10% dell’azienda.
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