“Il vino non può arrendersi, e non si arrende”. In un momento di instabilità internazionale dei mercati, segnato da guerre commerciali e da un generale rallentamento dei consumi, guadare al bicchiere mezzo pieno è fondamentale. Rimboccarsi le maniche, lo è ancora di più. Il settore vitivinicolo italiano, leader globale indiscusso per volume di produzione, sta facendo entrambe le cose, forte di una qualità della materia prima e di una filiera uniche al mondo. Francesco Ferreri (foto), presidente consulta vino di Coldiretti, è al lavoro proprio per favorire e accelerare questa resilienza attraverso un percorso strutturato intrapreso da Coldiretti stessa. «L’obiettivo è stare concretamente al fianco delle cantine», racconta. Un’ulteriore occasione per supportare il comparto sarà l’ormai prossimo Vinitaly di Verona, una delle vetrine più prestigiose per produttori, buyer, sommelier e operatori da ogni continente.
Ferreri, il vino è la prima voce dell’export agroalimentare italiano. Ci dà una panoramica del settore?
«Il vino è sempre stato un comparto di straordinaria vitalità. Abbiamo 241.000 imprese viticole che lavorano su 681.000 ettari, con Veneto, Sicilia e Puglia in testa per superficie. L’Italia detiene il primato mondiale di biodiversità vitivinicola con 635 varietà di uve iscritte al registro nazionale, un patrimonio che nessuno può eguagliare. Produciamo oltre 44 milioni di ettolitri e circa il 78% della superficie è destinata alle Indicazioni Geografiche, tra Dop e Igp. Il vino vale 7,8 miliardi di euro di export, è la nostra prima bandiera agroalimentare nel mondo».
Eppure i numeri recenti parlano di difficoltà dovute in particolare alla delicata situazione geopolitica. Qual è la situazione?
«Inutile nascondersi, stiamo attraversando una fase di forte pressione tra le tensioni dovute ai rincari generati dalla situazione geopolitica e i dazi che stanno danneggiando l’export delle nostre aziende. Non è solo una questione di volumi, ma di valore. Si vende, ma spesso a condizioni peggiori. Nel 2025 le esportazioni negli Stati Uniti – il nostro primo mercato – sono calate del 9% in valore rispetto all’anno precedente. E il 2026 non si è aperto positivamente visto che nei primi due mesi abbiamo registrato un calo del 28% rispetto allo stesso periodo del 2025. I dazi introdotti dall’amministrazione Trump hanno penalizzato la competitività dei nostri prodotti, con l’aggravante di un cambio euro/dollaro sfavorevole che erode i margini delle imprese. A questo si sommano il rallentamento generale dei consumi, il cambiamento delle preferenze dei consumatori e una concorrenza crescente da altri Paesi produttori».
Con questo quadro, come si mantiene la fiducia?
«Il vino non può arrendersi, e non si arrende. La nostra storia è fatta di resilienza. La biodiversità che esprimiamo, la qualità costruita generazione dopo generazione, il legame profondo con il territorio, non sono valori scalfibili da tariffe doganali. Lo dimostra anche la tenuta relativa degli spumanti, che hanno registrato cali più contenuti rispetto ad altri segmenti. È lì che si vede la solidità di un prodotto ben posizionato. Siamo convinti che questo momento di difficoltà possa essere superato grazie anche alla capacità imprenditoriale dei nostri produttori, è una risorsa straordinaria».
Coldiretti ha varato un piano promozionale straordinario per gli Stati Uniti. Di cosa si tratta?
«Abbiamo riunito a Palazzo Rospigliosi istituzioni, imprese, decine di buyer americani ed esperti di commercio internazionale per analizzare criticità e costruire strategie concrete di rilancio. È stato il primo atto di un percorso strutturato. Nei prossimi mesi Coldiretti sarà presente al Fancy Food di New York e ai Mondiali di calcio, due vetrine enormi per raccontare il vino italiano ai consumatori americani. L’obiettivo è stare concretamente al fianco delle cantine, contrastare gli effetti dei dazi e rilanciare i consumi in un mercato che vale da solo il 23% dell’export vinicolo italiano nel mondo. Non possiamo permetterci di lasciarli scoperti ma al tempo stesso guardiamo ai nuovi mercati e alle nuove opportunità che si stanno aprendo con la firma degli ultimi accordi commerciali stipulati che possono comunque dare una nuova spinta al settore».
Quanto stanno incidendo innovazione e sostenibilità nel rafforzare la competitività delle imprese vitivinicole?
«Moltissimo, e il trend è in accelerazione. Le imprese italiane stanno investendo in viticoltura di precisione, nella riduzione dell’impatto ambientale, nell’adattamento ai cambiamenti climatici. La sostenibilità non è più solo una scelta etica ma una leva competitiva vera, sempre più richiesta dai mercati internazionali. Allo stesso tempo, l’innovazione tecnologica in cantina sta migliorando la qualità e l’efficienza. Sono processi che vanno sostenuti con politiche adeguate, a partire dal buon utilizzo dei fondi Ocm vino».
Quali sono le priorità strategiche per rafforzare la posizione del vino italiano?
«Dobbiamo lavorare su più fronti. Per prima cosa sicuramente investire in promozione, anche nelle fasi difficili, anzi, soprattutto in questi momenti. Secondo, dobbiamo puntare con ancora più forza sulla distintività e sulla qualità, che sono le nostre vere armi competitive. Infine, ma non ultimo, rafforzare il posizionamento lungo tutta la catena del valore, dall’uva al consumatore finale. Sono convinto che così si possa uscire da un periodo complesso come questo».
Domani, 12 aprile, si alza il sipario sul Vinitaly 2026. Che edizione sarà?
«Sarà un’edizione molto importante, forse una delle più attese degli ultimi anni proprio perché arriva in un momento con equilibri molto delicati. Casa Coldiretti al Vinitaly sarà il cuore del nostro impegno: quattro giorni di eventi, incontri, degustazioni e dibattiti. Sarà il luogo dove parlare del rilancio di questo magnifico prodotto, di come sempre più ci sia voglia di enoturismo, di degustare, di sperimentare e di conoscere attraverso il vino territori e luoghi che spesso abbiamo vicino ma che nemmeno conosciamo. Poi parleremo di giovani viticoltori, dell’impegno delle nostre donne del vino e tra le novità di quest’anno c’è anche il “Ristorante d’Autore di Campagna Amica – La Casa della Cucina Italiana”, un format che racconta il vino dentro la cultura gastronomica italiana, il contesto in cui esprime il meglio di sé».
L’appuntamento sarà anche occasione di incontro tra istituzioni, produttori e organizzazioni. Quale agenda concreta dovrebbe uscirne per sostenere il comparto?
«Ci aspettiamo risposte. Serve un impegno forte dell’Europa nella trattativa con gli Stati Uniti per ridurre il peso dei dazi, che restano un handicap strutturale da cui dobbiamo liberarci. Poi occorrono risorse adeguate per sostenere la presenza del vino italiano sui mercati esteri, a partire dall’America. Fondamentale in questo senso il programma di promozione lanciato dal governo insieme all’Ice. E poi, se davvero vogliamo anche incentivare i giovani agricoltori, serve semplificazione burocratica e strumenti di sostegno alle imprese, in particolare alle più piccole, che sono la spina dorsale del nostro sistema vitivinicolo. Il Vinitaly deve essere l’occasione per trasformare l’analisi in azione».
Guardando all’orizzonte, insomma, il bicchiere di vino è mezzo pieno?
«Ritengo sia mezzo pieno, e lavoriamo ogni giorno perché lo diventi sempre di più. Il vino italiano ha radici troppo profonde per essere abbattuto da una congiuntura sicuramente tra le più difficili. Ripeto, abbiamo una biodiversità unica al mondo, territori inimitabili, produttori appassionati e competenti. Le sfide ci chiedono di essere più coesi, più strategici, più presenti sui mercati. Ma la materia prima, sia in senso letterale che figurato, è di eccellenza assoluta e di questo dobbiamo esserne consapevoli. Questo è il nostro punto di partenza, e nessun dazio può cambiarlo».
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