Restare fermi ha un costo, spesso invisibile ma concreto. In Italia una quota rilevante della ricchezza delle famiglie resta parcheggiata sui conti correnti o in strumenti a bassissimo rendimento – per l’esattezza oltre 1.500 miliardi di euro, un quarto del totale dei risparmi, stando agli ultimi dati Bankitalia – in nome di una prudenza che nel tempo si tramuta in perdita di potere d’acquisto. L’inflazione, anche quando contenuta, erode progressivamente il valore reale del capitale, rendendo insufficiente la semplice conservazione della liquidità. Un cortocircuito nell’allocazione dei risparmi da parte degli italiani che riflette un persistente nodo culturale che si traduce in una forte inclinazione difensiva nella gestione del denaro accumulato.
«L’industria del risparmio gestito ha dimostrato capacità di innovazione ampliando in maniera significativa le gamme prodotto, ma resta decisivo accompagnare i risparmiatori verso una maggiore consapevolezza. La vera sfida è superare la ricerca della garanzia apparente e riportare le scelte finanziarie dentro un orizzonte coerente con i bisogni di lungo periodo», spiega a Moneta il direttore generale di Assogestioni, Fabio Galli. «Sebbene i risparmiatori italiani dichiarino di ricercare il rendimento come prima caratteristica dei propri investimenti, da sempre sono guidati nella scelta da strumenti prudenti o percepiti come tali, che difficilmente riescono però a soddisfare obiettivi di crescita netta del capitale», indica Paolo Paschetta, country head Italia di Pictet Asset Management, che vede soluzioni graduali come i fondi ad accumulo azionario (partendo da allocazioni in strumenti monetari e/o obbligazionari di breve termine e, periodicamente, riposizionano l’asset allocation sul mercato azionario, ndr) in grado di aiutare a liberare delle preoccupazioni di breve e a concentrarsi sulla valorizzazione del patrimonio.
Carenza di azioni
Investire non significa inseguire rendimenti nel breve. La dimensione temporale è decisiva: su orizzonti lunghi, l’azionario ha storicamente dimostrato una maggiore capacità di generare valore reale. Le azioni sono, numeri alla mano, l’asset class più performance nel lungo termine. Guardando agli ultimi 20 anni, secondo la simulazione effettuata da Colazione a Wall Street per Moneta, chi fosse rimasto investito costantemente sull’azionario globale (indice Msci World) si troverebbe adesso con un capitale più che quintuplicato (+405%) grazie a un guadagno dell’8,45% medio annuo; il reddito fisso ha invece garantito ritorni più contenuti (2,59% annuo), battendo comunque l’inflazione che nell’arco dei due decenni è stata dell’1,65%.
Numeri che stridono con un patrimonio degli italiani fortemente sbilanciamento verso il mattone (70% del totale) e solo il 15% in azioni. Chi ha investito sulla casa negli ultimi 20 anni ha visto il valore del proprio immobile sostanzialmente invariato, mentre le Borse hanno inanellato record su record anche se con una volatilità più accentuata. Allargando il discorso a tutta l’Europa il Rapporto Draghi sottolinea proprio come lo sbilanciamento della ricchezza verso il mattone freni la crescita del Vecchio continente. «Il livello relativamente basso delle pensioni integrative è un’occasione mancata per l’Europa», recita un passaggio del Rapporto dell’ex presidente della Bce.
Per trasformare il risparmio degli italiani in capitale paziente un ruolo importante può giocarlo proprio la previdenza complementare, con l’ultima legge di bilancio che ha alzato la deducibilità fiscale, introducendo anche maggiore flessibilità e facendo scattare l’iscrizione automatica ai fondi pensione per i neoassunti (con possibilità di rinuncia). «Va rafforzato il ponte tra risparmio privato, gestione professionale e obiettivi di lungo periodo – osserva Fabio Galli – e in questo senso la previdenza complementare è un passaggio cruciale: non risponde solo a un bisogno individuale, ma contribuisce alla profondità e alla stabilità del mercato dei capitali. Una maggiore adesione ai fondi pensione può dare un impulso decisivo ad un’allocazione di quote significative di capitali orientate al lungo e lunghissimo periodo, capaci di sostenere crescita, innovazione e competitività del Paese». Nella cornice europea si inserisce la Savings and Investments Union, progetto continentale volto a rafforzare l’integrazione dei mercati dei capitali, facilitando proprio il passaggio dal risparmio all’investimento.
L’obiettivo è agevolare il transito della liquidità delle famiglie verso imprese, innovazione e infrastrutture, creando un ecosistema più efficiente in cui il capitale possa sostenere la crescita economica. «È un tassello necessario, ma non sufficiente – è l’opinione del dg di Assogestioni – . L’Europa ha bisogno un cambio di passo per raggiungere l’obiettivo di avere mercati dei capitali più integrati, efficienti e capaci di canalizzare il risparmio verso la crescita. Non basta aggiungere nuove regole: occorre semplificare, rimuovere ostacoli e una visione più ampia di politica economica».
Paradosso
Tornando all’Italia, il grande paradosso è l’essere un Paese di grandi risparmiatori ma di investitori timidi. Questo immobilismo, che in passato era percepito come prudenza, oggi ha un costo opportunità altissimo. «Rispetto ai mercati più evoluti, il risparmiatore italiano sconta un gap di consapevolezza che lo porta a subire passivamente l’erosione inflattiva», argomenta Giuliano Palumbo, presidente di CFA Society Italy che vede la tecnologia gioca un ruolo a doppia lama. Le piattaforme digitali contribuiscono ad abbattere barriere all’ingresso, ma non va fatta confusione con la competenza strategica.
«I social media, pur avvicinando le nuove generazioni alla finanza, troppo spesso veicolano frammenti informativi emotivi o fuorvianti – avverte Palumbo – e l’innovazione senza guida è un rischio; il valore del professionista certificato risiede proprio nel trasformare l’efficienza degli strumenti digitali in un progetto di vita solido, garantendo che il capitale degli italiani diventi un vero motore di benessere individuale e collettivo».
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