Un mondo con choc a catena rischia di paralizzare anche i grandi progetti. Ed è così che sempre più aziende stanno considerando di rinviare gli investimenti, almeno fino a quando la situazione globale non rientrerà nei ranghi. Del resto, il conflitto in Iran ha fatto volare le quotazioni di petrolio e gas in seguito al blocco dello Stretto di Hormuz. E non è detto che, una volta risolto il conflitto, si riesca a ritornare a una situazione normale in tempi brevi. Il mondo delle imprese assiste e fa i propri conti, anche perché al momento non si è in grado di prevedere né quale sarà il percorso delle banche centrali in tema di tassi d’interesse e neppure se la crescita economica subirà battute d’arresto.
L’indagine della Bce
Sta di fatto che, almeno nell’Eurozona, si stanno sentendo gli effetti del generale clima d’incertezza che sono emersi dal Bank Lending Survey, l’indagine che la Banca centrale europea conduce periodicamente sulle banche dell’Unione. Usando il criterio della percentuale netta, ovvero la differenza tra le banche che hanno una prospettiva più restrittiva e quelle con una valutazione più positiva, dal report di Bce pubblicato a fine aprile 2026 si nota che nel primo trimestre il 10% netto delle banche ha inasprito le condizioni di concessione del credito. Un dato che è superiore alla media storica e l’aumento più marcato dal terzo trimestre del 2023. Le banche, temendo una possibilità concreta di recessione al prolungarsi della guerra, hanno stretto i cordoni della borsa anche – e soprattutto – sul credito al consumo, con criteri più rigidi per il 15% degli istituti. Il versante dove l’irrigidimento è stato inferiore è per i prestiti sull’acquisto della casa (solo il 2%).
Il confronto in Europa
La cosa però meno rassicurante è che – in particolare sul fronte delle imprese – il report di Francoforte evidenzia che banche di tutti e quattro i principali Paesi dell’area euro (Germania, Francia, Italia e Spagna) prevedono un netto inasprimento degli standard di credito per le imprese nel secondo trimestre. Per quanto riguarda il nostro Paese, dopo una prima parte dell’anno dove il sistema bancario italiano (tra i migliori a livello continentale) non ha apportato restrizioni evidenti alla politica di concessione dei prestiti, per il trimestre in corso si addensano incognite. «I dati Bce che riguardano l’irrigidimento del credito sono dati medi di tutta l’Europa dell’euro: in essa l’Italia, questa volta, è fuori e meglio della media europea – è stato il commento che il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, ha rilasciato a Moneta – perché, nello stesso periodo esaminato dalla Bce, sono ulteriormente cresciuti i prestiti delle banche a famiglie e imprese. Comunque, le incertezze derivanti dai conflitti internazionali, assai vicini al Mediterraneo, stanno ponendo nuovi interrogativi a famiglie e imprese per i loro prossimi investimenti. In Italia tuttora continua a prevalere l’offerta di prestiti bancari sulla domanda».
Confindustria
Sulla stessa linea d’onda anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che ha affidato a Moneta la sua analisi più recente sul fenomeno: «L’indagine della Bce evidenzia un quadro divergente: mentre nell’area euro le condizioni del credito sembrano essersi fortemente inasprite, in Italia l’offerta alle imprese resta stabile, segno di un sistema solido che va difeso».
La Banca d’Italia
Un quadro che emerge anche dall’indagine svolta sul campo da Bankitalia, che ha contribuito allo studio europeo. «Nel primo trimestre del 2026 – si legge sulla nota di Palazzo Koch a commento dei risultati del sondaggio – i criteri di offerta sui prestiti alle imprese sono rimasti invariati. Anche i termini e le condizioni sono risultati nel complesso stabili. I criteri di concessione dei prestiti alle famiglie non hanno registrato variazioni nel comparto dei mutui, mentre sono stati lievemente irrigiditi per il credito finalizzato al consumo». Per il trimestre in corso, però, «le banche si attendono un inasprimento dei criteri di offerta, marcato per i prestiti alle imprese e di lieve entità per il credito al consumo».
Il Pil regge
In vista dell’ingresso in una fase più delicata dell’economia (nel primo trimestre dell’anno il Pil italiano è comunque cresciuto di un +0,2%) sarebbe forse il caso di pensare a qualche contromisura. Secondo Patuelli, su questo punto dovrebbe muoversi l’Unione europea: «Per sostenere nuovi investimenti pubblici e privati è urgente un nuovo programma innanzitutto europeo per la ripresa dello sviluppo, anche con debiti pubblici europei». Il meccanismo pericoloso è il seguente: standard di credito più rigidi e incertezza del clima economico sono nemici giurati degli investimenti. Un peccato, visto che l’Italia negli ultimi anni ha visto una buona dinamica su questo fronte anche grazie alle risorse del Pnrr.

E certamente non un buon viatico per la crescita futura, visto che gli investimenti portano un aumento del Pil non solo legato al momento in cui i progetti vengono annunciati ma anche in chiave prospettica. Anche perché le aspettative non sono buone: sempre secondo il sondaggio della Bce, nel secondo trimestre del 2026 le banche di tutta l’area euro prevedono un inasprimento più marcato degli standard di credito per i prestiti alle imprese (percentuale netta del 19%). «Il vero elemento di preoccupazione – osserva il numero uno degli industriali Orsini – è la brusca caduta della domanda di credito. Questo crollo è dovuto soprattutto al clima di forte incertezza che sta frenando i consumi delle famiglie e sta spingendo le imprese a rinviare gli investimenti, soprattutto quelli fissi». Come evidenzia anche la Congiuntura Flash di aprile del Centro Studi di Confindustria, gli investimenti hanno tenuto nel primo trimestre grazie soprattutto al Pnrr. «Il punto è cosa accadrà con l’esaurirsi di questa spinta: serve agire subito per contenere le conseguenze drammatiche della guerra in Medio Oriente, che rischia di trascinarci in recessione se si protrarrà fino alla fine dell’anno».
Il Mef
Frenare o rinviare gli investimenti, quindi, è un pericolo da evitare: la metafora più utilizzata in ambito economico per indicare questa condizione è quella del “cavallo che non beve”, ovvero le imprese e i consumatori non chiedono prestiti anche avendo la possibilità di farlo. Spiega bene la situazione la nota di Bankitalia dove rimarca che nel trimestre attuale «la domanda di prestiti da parte delle imprese ha registrato una flessione, riconducibile soprattutto alle minori esigenze di finanziamento per investimenti fissi». E, nel trimestre in corso, «la richiesta di finanziamenti è attesa in diminuzione sia per le imprese sia per le famiglie».
Come proposto anche dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in ambito europeo gli industriali chiedono di estendere le deroghe del Patto di Stabilità all’energia che è un grande problema per l’Italia. Orsini chiede inoltre di sbloccare «il nuovo iperammortamento, atteso da cinque mesi come volano per gli investimenti e che – con l’esclusione dei software in cloud – non è ancora in grado di sostenere appieno la sfida della transizione digitale, soprattutto per le Pmi».
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