L’Europa non è in crisi, è ferma. A che punto ci troviamo e quali sono le nostre debolezze? Dove possiamo intervenire per ripartire?
Occorre analizzare la crisi europea con gli strumenti classici dei fondamentali economici.
Ogni crisi economica porta con sé la tentazione di cercare soluzioni nuove per problemi che spesso nascono da squilibri elementari, anzi, l’attitudine a trascurare le fondamenta è la strada per la crisi.
Per capire cosa non funziona bisogna tornare ai fondamentali: energia, produzione, redditi, domanda, investimenti. Quando si affaticano, l’economia rallenta.
Se l’economia fosse una ruota
Se l’economia fosse una ruota, il perno intorno al quale girerebbe tutto è quello della produzione dove convergono i fattori economici. Senza produttività non c’è crescita.
La produzione non nasce dal nulla, dipende dal lavoro, dal capitale e dalla tecnologia. Senza lavoro produttivo, senza incremento di capitale e senza progresso tecnologico la crescita si ferma.
Invece l’energia è un costo fondamentale per avere lavoro efficace e quando il costo sale il capitale investito rende meno e il lavoro diventa meno competitivo e quindi la produzione si contrae. Ed essendo un costo strutturale, quando diventa instabile, l’economia risente.
E poi ci sono i redditi e i consumi che sono interconnessi: i consumi dipendono dal reddito, calano quando questo cala e così la domanda diminuisce.
La domanda
Nel circuito economico la domanda spinge la produzione, la produzione muove i redditi e questi a loro volta stimolano la domanda. Se un anello si spezza il sistema si indebolisce ed entra in stagnazione.
L’Europa oggi ha avuto uno shock energetico che ha ridotto l’efficienza della produzione, gli investimenti sono deboli perché il capitale non cresce, i redditi sono stagnanti e i consumi frenati. In più l’export si è indebolito per cui il sistema non riesce a giovare del contributo esterno.
La conseguenza è un equilibrio a bassa crescita. L’Europa deve mantenere stabilità dei prezzi e rilanciare la crescita. La dinamica dei redditi deve essere coerente con la produttività, deve sostenere la domanda senza alimentare inflazione, e preservare il ruolo del risparmio come strumento di fiducia nel sistema.
Il nodo dei redditi è centrale. Per timore dell’inflazione la crescita dei salari viene spesso guardata come un rischio. Tuttavia, senza la produttività i redditi non sono sostenibili, la domanda resta debole e la stagnazione diventa strutturale. L’equilibrio tra i diversi fattori è la chiave della ripartenza.
Le leve da tirare
Ma quali sono le leve sulle quali occorre intervenire per ripartire? Innanzitutto, serve intervenire per gestire il problema dell’approvvigionamento energetico. Oggi per l’industria europea l’energia rimane più costosa rispetto agli Stati Uniti, senza contare il diesel arrivato intorno ai 2 euro al litro. I costi energetici incidono sulla competitività e penalizzano la produttività del nostro sistema industriale.
Senza contare che il traffico nello Stretto di Hormuz si è ridotto drasticamente, con livelli molto inferiori alla normalità. È una chiusura di fatto, che evidenzia quanto sia vulnerabile la rete del sistema energetico globale.
Sul fronte energetico nel breve periodo si possono stipulare accordi lunghi per stabilizzare il prezzo e rendere possibile la pianificazione degli investimenti.
La ricetta nel medio periodo
Nel medio periodo occorre aumentare la produzione energetica dal gas alle varie fonti come il nucleare e le rinnovabili. Inoltre, occorre diversificare i fornitori e investire in reti e infrastrutture. Con la stabilità del costo energetico è possibile operare una pianificazione quindi investire sul lavoro incrementando la produzione.
Poi bisogna agire sulla produttività che cresce su ritmi contenuti, mentre l’inflazione ha eroso i salari reali nel biennio 2022-2023. Nel breve periodo servono incentivi sul capitale produttivo, per l’acquisto di macchinari, innovazione e intelligenza artificiale, per aumentare la capacità di costruire valore. Per questo si possono attivare anche strumenti di credito dedicato.
Nel medio e nel lungo periodo servono investimenti strutturali, filiere strategiche e innovazione diffusa per avere una base produttiva solida e una leadership tecnologica.
Investire sulla formazione
Infine, bisogna investire nel lavoro con attenzione alla formazione e alla stabilità del reddito puntando nel breve periodo su sostegni mirati al reddito e taglio del cuneo fiscale e poi nel medio periodo con stabilizzazione e formazione effettiva per accrescere il valore umano sul quale poggia la struttura del sistema.
Vanno incentivati strumenti di controllo pubblici per sostenere le parti più deboli in un percorso che non solo deve aumentare produttività e margini ma anche la fiducia attraverso redistribuzione e aumento dei redditi medi.
Interventi mirati
In questa fase servono istituzioni in grado di attuare interventi mirati ed effettuare controlli. Se vogliamo ricostruire la fiducia in un sistema occorre che questo funzioni per tutti. Serve una cura quantitativa sui fondamentali perché ora il problema non è quanto intervenire ma quando e soprattutto dove.
La ripartenza non è solo economia, è soprattutto una questione di fiducia. Le classi medie sono così indebolite da aver perso la fiducia nel sistema.
La fiducia si è persa perché l’Europa, abituata a gestire una crisi trentennale, ha smesso di progettare il futuro. E quando questo accade o si riparte o ci si perde.
Leggi anche:
Se siamo senza energia è colpa della sinistra
La rivoluzione copernicana in azienda: addio al segreto salariale dal 2026
© Riproduzione riservata