Chi dice che in Italia il sistema antiriciclaggio non funziona? Funziona eccome, e funziona soprattutto a livello bancario, cioè dove conta davvero. Va detto che sull’argomento la collaborazione degli istituti di credito è massima, con segnalazioni tempestive sulle anomalie riscontrate nei conti correnti della clientela. D’altro canto, la direttive Ue in materia è rigidissima e continuamente aggiornate. L’efficienza è tale che nel 2025 l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia ha registrato ben 162.058 Sos, ovvero Segnalazioni di operazioni sospette, in aumento dell’11,5% rispetto al 2024. Le Sos analizzate e trasmesse hanno toccato quota 158.742 (+13,9%) per un ammontare complessivo di 100 miliardi e 500 milioni di euro (livello analogo a quello del 2024). Numeri decisamente elevati, che danno la misura di un fenomeno in crescendo.
Ma la stretta non è finita. Le nuove istruzioni Uif emanate a dicembre 2025 entreranno pienamente in vigore da luglio di quest’anno, con procedure più stringenti su tracciabilità e tempestività. Va inoltre segnalato che a Francoforte l’Amla, ovvero la nuova autorità europea in materia di antiriciclaggio, ha assunto i poteri da gennaio. Mentre l’Italia, promossa a pieni voti ad aprile di quest’anno dal Mutual Evaluation Report del Gafi-Fatf (l’organismo intergovernativo globale che definisce gli standard antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo) resta tra i sistemi considerati più efficienti d’Europa.
Banche globali come Hsbc lo sanno bene: all’estero, e soprattutto in Svizzera o nella Londra post Brexit, le stesse istituzioni si appoggiano spesso a intermediari esterni per le operazioni più sensibili. In Italia no. Qui la compliance è decisamente più seria: si verifica, si segnala, si blocca. Per esempio, mentre a cavallo del 2025-2026 si sono avute segnalazioni a raffica di movimenti sospetti legati a criptovalute, oro e operatori di gioco, settori dove il contante e i flussi digitali nascondono di tutto, proprio grazie alle Sos bancari la Guardia di Finanza ha smantellato reti di riciclaggio internazionale con fatture false per centinaia di milioni. Il problema però non è più solo il fisco: l’Italia resta infatti uno dei paradisi fiscali più discreti, con redditi da capitale tassati al 26% e Btp al 12,5%, mentre il lavoro dipendente arriva al 43-45%. Oggi però la partita vera si gioca sulle giurisdizioni che permettono di muovere montagne di denaro di provenienza ignota o illecita senza lasciare tracce.
Londra dopo la Brexit è diventata il paradiso dell’anonimato finanziario. La Svizzera ha la normativa più bella del mondo sulla carta – emanata prima della nostra – ma basta non applicarla. E molte banche straniere lo fanno con disinvoltura: flussi enormi verso destinazioni opache. In Italia invece il riciclaggio si contesta anche senza dimostrare con precisione la fonte del denaro. La Cassazione lo ha sancito da tempo: basta il fumus dell’illecito. È diventato il reato «conseguenza» per eccellenza. E qui entra in campo la valanga di soldi che ruota intorno agli stadi. Calciatori e allenatori incassano cifre da capogiro mentre i club chiudono bilanci in rosso. Arrivano gli arabi con i loro petrodollari. Metà delle società di Serie A e B sono controllate da fondi esteri: americani, mediorientali, sovrani. E i fondi esteri, soprattutto basati all’Est, che cosa sono? Denaro spesso di provenienza opaca. La cronaca lo racconta senza filtri. Nel 2025 la Juve Stabia è finita in amministrazione giudiziaria per infiltrazioni camorristiche, che condizionavano biglietti, merchandising, pulizie, settore giovanile. Pochi mesi prima era toccato al Foggia e al Crotone con la ’ndrangheta nella security e negli ingressi stadio. Casi come Brescia (crediti fiscali) o Reggina mostrano come i debiti spariscano magicamente e i soldi ricompaiano da «investitori» stranieri difficili da tracciare. Dalle Procure filtra che le mafie usano il calcio per ripulire, acquisire consenso e muovere capitali che non possono rientrare in Italia. I tassi Bce vicini allo zero per un decennio (2012-2022) hanno inondato il mercato di liquidità. Oggi il cosiddetto «refinancing rate» è al 2,15%: la marea è cambiata, ma i flussi illeciti hanno già trovato nuovi canali.
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