Air France e Airbus colpevoli in secondo grado di omicidio colposo per l’incidente del volo Rio-Parigi del 2009. Dopo il primo grado, in cui sia Air France sia Airbus erano state prosciolte, le due aziende sono state condannate alla pena massima di 225 mila euro di ammenda per l’incidente, che provocò la morte di 228 passeggeri e membri dell’equipaggio.
Cosa successe: tra il 31 maggio e il 1° giugno 2009, l’Airbus A330-203 di Air France partì da Rio de Janeiro diretto a Parigi con a bordo 228 persone. Durante il sorvolo dell’Atlantico equatoriale, l’aereo rimase vittima di turbolenze e temporali. Numerose furono le anomalie nei sensori di velocità — i cosiddetti tubi Pitot — che si ghiacciarono e inviarono dati incoerenti ai computer di bordo. Questo causò la disattivazione del pilota automatico. Nella notte e con scarsa visibilità, l’equipaggio si ritrovò a pilotare manualmente il velivolo. I piloti non avvertirono subito il pericolo e l’aereo rimase per circa quattro minuti in stallo aerodinamico, poiché uno dei comandanti tirò verso l’alto il muso dell’aereo invece di abbassarlo. Così le ali non riuscivano più a produrre sufficiente portanza e il velivolo cominciò a perdere quota fino a schiantarsi nell’oceano.
Le scatole nere vennero recuperate soltanto nel 2011, a quasi 4 mila metri di profondità, e per questo motivo le indagini sono state lunghe e complesse. Adesso la Corte d’appello ha ribaltato il verdetto di primo grado, sostenendo che Air France non avrebbe fornito ai piloti una formazione sufficiente per affrontare un simile scenario di perdita di velocità ad alta quota. Inoltre, Airbus conosceva già da tempo i problemi legati ai tubi Pitot installati su quel tipo di aereo.
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