Eppur si muove. La previdenza complementare, in Italia, ha sempre fatto promesse, ha generato aspettative, ma ha anche deluso molti. Tuttavia, ci sono segnali di vita. L’ultimo rapporto annuale fornito da Covip segnala nuove iscrizioni, al punto di registrare la partecipazione al sistema dei fondi pensione di quasi il 40% dei lavoratori. Iscritti, ma non sempre paganti (il 27% non versa contributi), ma il segnale è da prendere come una buona novità, soprattutto alla vigilia di quella piccola grande rivoluzione dettata dalla legge di bilancio 2026: un nuovo periodo di silenzio-assenso (cioè i nuovi assunti avranno di default l’iscrizione al fondo pensione di categoria), un piccolo aumento della defiscalizzazione dei contributi (5.300 euro all’anno: si sono aggiunte circa 140 euro in più, sono briciole, ma versate nella giusta direzione) e forse la portabilità del contributo datoriale.
Il mercato sembra avvicinarsi. I numeri peraltro sono golosi: nel 2025 i contributi raccolti per la previdenza complementare sono stati 22,5 miliardi, portando il patrimonio dei fondi pensione a 262 miliardi. Non sorprende che l’acquolina si diffonda ben oltre i fondi pensione negoziali, cioè quei 33 fondi pensione che nascono dai contratti collettivi. La metà dei contributi raccolti nel primo trimestre del 2026 (poco meno di 5 miliardi) è stata intercettata dai fondi aperti (quelli offerti dal mercato) e dai Pip. E il trend di crescita dei fondi aperti è del 18% contro il 12% dei fondi contrattuali.
Il grande vantaggio competitivo dei fondi chiusi è quello di arrivare dritti dritti ai lavoratori, attraverso il contratto di categoria e la mediazione sindacale. Gli altri (fondi aperti e Pip) devono ingegnarsi per intercettare potenziali iscritti da convertire al versamento di contributi per costruire la “pensione di scorta”.
Il rapporto Assogestioni-Censis 2026 (che sarà divulgato a fine giugno) sostiene che il 74,4% degli italiani si dichiara informato in merito alle diverse forme di previdenza complementare, ma soltanto il15,4% afferma di possedere una conoscenza approfondita degli strumenti a disposizione. Il divario emerge ancora di più tra intenzioni e comportamento: tra chi non ha ancora aderito, il 60,8% sostiene di volerlo fare in futuro. La quota sale all’81% nella fascia compresa tra i 18 e i 44 anni. Buone intenzioni, ma incerte decisioni.
E il welfare aziendale può diventare un acceleratore. Uno dei nuovi provider, già leader delle transazioni digitali, Satispay, ha promosso un servizio di Educazione previdenziale per le sue 40 mila aziende clienti (con 350 mila lavoratori). L’obiettivo ovviamente è quello di vendere qualche piano assicurativo. D’altronde l’Osservatorio Gli italiani e la previdenza complementare, realizzato nello scorso mese di aprile da Swg per Satispay, restituisce l’immagine di un Paese bloccato tra un forte bisogno di sicurezza futura e un marcato disorientamento presente. Sebbene il 58% degli italiani si autodefinisca «pianificatore», il potenziale resta largamente inespresso: quasi uno su due vorrebbe pianificare il proprio futuro economico ma si percepisce già in ritardo.
«L’accesso all’informazione da solo non basta – spiega Alberto Dalmasso, ceo di Satispay – serve anche qualcuno che accompagni le persone nel fare scelte consapevoli. La vera sfida è dare alle persone informazioni chiare e strumenti semplici per acquisire consapevolezza e trasformare l’incertezza in scelte autonome, restituendo agli italiani il pieno controllo sul proprio futuro».
Un educational e molte informazioni sull’educazione previdenziale – una verticalizzazione dell’educazione finanziaria, che vede da sempre deficitari gli italiani – come cavallo di Troia per raggiungere nuovi potenziali clienti.
È vero che dallo scorso 20 maggio sul sito del ministero del Lavoro è stato attivato un portale dedicato alla previdenza complementare in collaborazione con Mefop e con il Consiglio Nazionale dei Giovani, ma si sa, le informazioni viaggiano più veloci fuori dai circuiti istituzionali. E il veicolo diretto offre un valore in più.
Il canale di welfare aziendale, per divulgare l’educazione previdenziale, è uno degli obiettivi della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (Feduf), che mette a disposizione un’esperienza consolidata nella realizzazione di questi percorsi. Negli ultimi anni, Feduf ha accompagnato un numero crescente di aziende che hanno scelto di investire sull’educazione finanziaria come componente strategica del benessere per le proprie risorse. Sempre più organizzazioni, infatti, affiancano ai tradizionali strumenti di welfare iniziative di educazione finanziaria e previdenziale. I percorsi Feduf, che nel 2025 hanno coinvolto oltre 1.000 persone di diverse aziende, si caratterizzano per flessibilità e personalizzazione: ogni intervento viene co-progettato con l’azienda per rispondere in modo mirato alle specifiche esigenze.
Se Feduf offre un servizio puramente educativo. C’è chi invece abbina l’educazione finanziaria e la formazione in materia di previdenza integrativa con prodotti previdenziali ad hoc. E’ il caso di Moneyfarm che nel 2020 ha lanciato un PIP tra i meno cari del mercato, una soluzione di previdenza complementare individuale interamente digitale con sei linee di investimento in Etf differenziate per profilo di rischio e un Indicatore Sintetico di Costo tra i più bassi del settore.
Nell’ultimo Osservatorio sulla previdenza complementare realizzato da Moneyfarm emerge come, degli oltre 31,4 milioni di italiani nati tra il 1961 e il 2000, solo il 37% disponga di un fondo pensione, mentre il restante 63% risulta occupato senza alcuna forma di previdenza integrativa oppure inoccupato. «L’Italia destina già oltre il 15% del Pil alle pensioni e la combinazione di bassa natalità, ingresso tardivo nel mercato del lavoro e maggiore longevità rende la previdenza complementare non più un optional, ma una necessità. Oggi solo un lavoratore su tre si sta costruendo un secondo pilastro, e questo è un problema che riguarda tutti, non solo chi è vicino alla pensione. Con il nostro PIP vogliamo abbassare le barriere – di costo, di complessità, di accesso – perché iniziare prima, anche con piccoli versamenti, può fare una differenza enorme sul lungo periodo», rimarca Giovanni Daprà, co-fondatore e ceo di Moneyfarm.
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