Quando si dice Giuliani immediatamente si pensa all’amaro medicinale più famoso d’Italia. Ma sarebbe riduttivo confinare il successo imprenditoriale della famiglia Giuliani solo a quello. Partiamo dalle origini. Era il 1889 quando Germano Giuliani, bisnonno di Giammaria Giuliani, comprò una piccola farmacia a Milano, proprio vicino al Lazzaretto reso famoso da Manzoni. Dopo il bisnonno ci fu il nonno, che iniziò a produrre farmaci, ed ebbe il colpo di genio: si inventò il famosissimo digestivo, «L’amaro medicinale Giuliani». Poi venne il padre, Gian Germano, il quale pensò di portare l’amaro in tv, su Carosello, ottenendo un successo incredibile e creando un impero che oggi vale miliardi. Dodici milioni, questo era il numero delle bottiglie vendute ogni anno. Però la famiglia Giuliani, arrivata oggi alla quarta generazione, non si è mai accontentata. L’amaro ha rappresentato solo la partenza di una scalata imprenditoriale che oggi vale oltre 4 miliardi di euro.
Dottor Giuliani, solo una corsa in discesa con la Giuliani o qualche battuta d’arresto nel vostro percorso?
«C’è stato un momento, negli anni Novanta, in cui abbiamo dovuto fare una scelta non semplice: chiudere la produzione e cedere a Sandoz e Novartis alcuni asset maturi per rifocalizzare l’azienda su settori a maggior valore aggiunto».
Questo cosa ha comportato?
«Un cambio di rotta coraggioso ma necessario e che si è rivelato vincente: abbiamo reinvestito le risorse nell’healthcare diversificando le aree terapeutiche».
Quale è stato il cambio di passo?
«Sicuramente Royalty Pharma, che abbiamo contribuito a fondare più di30 anni fa, è stata una tappa fondamentale in questo percorso di crescita. Oggi l’azienda è quotata al Nasdaq dove capitalizza 30 miliardi di dollari e siamo ancora azionisti con il 10%».
Un colosso.
«È leader mondiale nelle royalty farmaceutiche. Nel suo portafoglio ha farmaci salvavita tra i più importanti e innovativi in commercio e tra i più venduti al mondo. Inoltre finanzia l’innovazione nel campo biotech».
Come è nata Royalty Pharma?
«Da un’intuizione di Pablo Legorreta, un ex manager di Lazard che ha pensato di creare una piattaforma che acquisisce royalty bio-farmaceutiche. La società finanzia l’innovazione in modo diretto quando si associa ad aziende per co-finanziare sperimentazioni cliniche in fase avanzata e il lancio di nuovi prodotti in cambio di royalty future, e in modo indiretto quando acquisisce royalty esistenti dagli innovatori originari come università, inventori e aziende biotech».
E voi come ci siete entrati?
«Grazie all’intuizione di mio padre che ha incontrato Legorreta e capito la grandezza dell’opportunità. Senza pensarci neanche un secondo è stato, insieme ad altre due famiglie, il primo investitore».
Oltre a Royalty Pharma?
«Un altro grande passo è stato l’entrata in Hbm Healthcare Investments. Uno dei principali fondi biotech quotati nella Borsa di Zurigo dove siamo diventati i maggiori azionisti con una quota del 15%. La società capitalizza circa 2 miliardi di franchi svizzeri e investe principalmente in private equity di fase avanzata, in aziende farmaceutiche emergenti, in tecnologie medicali. Le società in portafoglio sono localizzate prevalentemente in Europa occidentale e negli Stati Uniti».
Come avete strutturato la gestione di tutti questi investimenti?
«Fondando più di dieci anni fa il nostro family office. Una struttura composta da più di ottanta persone distribuite in tre geografie diverse: Svizzera, Italia e Lussemburgo. Gisev Family Office è nato per gestire solo i nostri capitali ma oggi è aperto ad altre quaranta famiglie imprenditoriali che utilizzano i servizi e i nostri strumenti avanzati».
Che cosa rappresenta GG1978?
«È il mio fondo personale. Nato per la necessità di raggruppare le nostre partecipazioni in un fondo istituzionale».
Di cosa si occupa questo fondo?
«GG1978 è un fondo di investimento con sede in Lussemburgo che costruisce partecipazioni strategiche di lungo periodo nelle scienze della vita, nella biotecnologia e nei servizi finanziari. Lo scopo del fondo è quello di contribuire all’evoluzione della ricerca per il benessere collettivo».
Come sta andando?
«A oggi ha un Nav di 2,15 miliardi rispetto a 1,98 miliardi di dollari registrati nel 2025. Una crescita del 25% nello scorso anno mentre nel primo semestre 2026 siamo a più 10,5%».
In cosa investe GG1978?
«L’allocazione è suddivisa in Stocks al 57%, Liquidity e Bonds al 18%, Private Equity al 10%, Commodity al 9%, Real Estate al 6%. All’interno della componente Stocks, il 16% sono partecipazioni strategiche nel capitale di società attentamente selezionate su cui ho un’influenza diretta sulla governance».
Come affrontate l’incertezza dei mercati?
«Abbiamo smontato completamente tutta la leva finanziaria, in modo da poter affrontare eventuali fasi avverse. L’approccio resta quello dell’investitore paziente e di lungo periodo: rimanere fermo sui titoli e sulle società di maggiore convinzione, senza farsi condizionare dai movimenti di breve».
Lei è l’unico italiano entrato nel board Rothschild.
«Vero. Questa è stata un’operazione importante chiusa tre anni fa che ho gestito personalmente. Detengo oltre il 5% delle azioni. Il delisting al momento dell’acquisto valeva 3,7 miliardi di euro».
Sedere al tavolo con altre grandi famiglie europee come Peugeot, Dassault, Chanel, che opportunità rappresenta?
«Enorme. Sono tutti settori diversi dal mio. E questo mi offre l’opportunità di avere uno sguardo più ampio nel mercato».
L’immobiliare è un investimento che rientra nei suoi progetti?
«Già mi sono affacciato nell’immobiliare sulla piattaforma di Montecarlo un paio di anni fa. Un’operazione, soprannominata Mareterra, finanziata con capitali privati e un investimento di quasi 3 miliardi di dollari. Sono stati sviluppati in modo ecosostenibile quasi sei ettari di spazi sul litorale del Principato».
E intende proseguire?
«Al momento sto valutando un importante investimento in Italia che, se andasse a buon fine, rappresenterebbe il primo di una lunga serie di iniziative. Per realizzarle costituirei un Fondo dedicato, con un mandato che non si limiterebbe al comparto real estate ma si estenderebbe anche al private equity diretto, mantenendo una chiara concentrazione geografica sull’Italia».
Torniamo alla Giuliani. Quali sono i piani futuri?
«Quelli di far crescere l’azienda del 30-40% nei prossimi tre anni tramite rafforzamento organico e per acquisizione. Come mercati di riferimento: Italia, Francia, Germania, Spagna».
Cosa ha significato ricevere dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, il francobollo Giuliani?
«Un riconoscimento che va oltre l’azienda. Rappresenta 137 anni di storia, innovazione e fiducia che ci siamo costruiti in quattro generazioni. Non è stato semplice far coniugare in tutti questi anni la tradizione di una impresa familiare con l’innovazione che richiede il mercato».
Come ci siete riusciti?
«Le radici della Giuliani sono le stesse da sempre. Costruire su quelle e non sostituirle».
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