Il caldo, lo sappiamo, è un problema. Un problema sanitario, economico, produttivo. Il progressivo innalzamento delle temperature globali e l’aumento di eventi meteo estremi stanno mettendo a dura prova anche l’infrastruttura chiave del futuro: i data center. Il 79 per cento della capacità dei data center è esposta a rischi di eventi climatici acuti come inondazioni, incendi, venti estremi. Il 54 per cento soffre già di stress cronici come siccità e caldo, con picchi dell’89 per cento nell’area dell’Asia-Pacifico e dell’86 per cento nelle Americhe. Nonostante ciò, nel 2026 il 64 per cento dei siti in costruzione sorge in mercati di frontiera vulnerabili: il 56 per cento dei nuovi progetti è localizzato in aree storicamente inclini a disastri naturali.
Il punto debole è il raffreddamento, che assorbe già il 30-40 per cento dell’energia a temperature normali e diventa inefficiente con l’afa, proprio mentre i carichi dell’IA spingono i consumi globali verso i 1.050 terawattora entro fine anno. Ne abbiamo avuto la prova tangibile qualche settimana fa a Torino dove le temperature hanno raggiunto i 38 gradi e l’ondata di calore ha sottoposto i cavi sotterranei della città a stress termico, causando ripetuti blackout.
Uno dei problemi principali è che le infrastrutture digitali esistenti sono state progettate anni fa sulla base di parametri climatici ormai superati.
«Il problema riguarda le infrastrutture che ormai hanno qualche anno e che, con queste condizioni estreme, in alcuni casi entrano in crisi. Questo succede dal momento in cui non c’è un sovradimensionamento o non è possibile spegnere parti della struttura in modo tale da diminuire il carico energetico» spiega a Moneta Riccardo Mereu, docente del Dipartimento di energia del Politecnico di Milano.
In condizioni normali, la possibilità di disattivare temporaneamente alcuni server permetterebbe di abbassare l’impatto termico, consentendo ai sistemi di raffreddamento di gestire l’infrastruttura rimanente. Tuttavia questa strada non è sempre percorribile:
«Quando questo non è possibile, perché si tratta di servizi che non possono essere bloccati per evitare disservizi e problemi economici, quello che sta succedendo è che ci sono dei guasti. In una buona parte dei data center presenti oggi non era stato previsto l’aumento storico delle temperature e gli eventi estremi che stiamo vedendo ora». Se le vecchie strutture mostrano i propri limiti, l’approccio cambia radicalmente per i progetti di nuova generazione, che integrano già i modelli predittivi sul clima futuro.
«Dal punto di vista delle nuove progettazioni, questo è già parte del disegno iniziale. Si stanno cominciando a usare modelli climatici, di solito con proiezioni al 2050, in cui si considera sia il fatto che la temperatura media è più alta, sia i picchi diurni e notturni delle ondate di calore. Ormai si progetta guardando a 20-30 anni di durata temporale dei data center». Sui sistemi già installati da tempo, invece, l’impatto del caldo si riflette principalmente sulla riduzione dell’efficacia del cosiddetto free cooling – cioé il raffreddamento che sfrutta direttamente l’aria esterna senza attivare i compressori- e si traduce in un aumento dei costi energetici.
«Stanno diminuendo i periodi in cui ci si può permettere di usare l’aria esterna. Questo non porta a un danneggiamento, perché l’impianto di raffreddamento viene attivato anche in periodi in cui prima non serviva. Il problema è l’aumento dei costi non previsti, in quanto si usa maggiore energia elettrica. Ovviamente, diminuendo l’efficienza delle macchine frigorifere quando si lavora in queste condizioni, le macchine devono operare a potenze più elevate o si rende necessario l’installazione di ulteriori macchinari in aggiunta per potenziare l’impianto».
Guardando alle soluzioni tecnologiche per i prossimi decenni, la ricerca si sta orientando verso sistemi meno sensibili alla stagionalità dell’aria aperta, come l’utilizzo dell’acqua sotterranea o soluzioni termiche avanzate. «Questo è uno dei motivi per cui si tende sempre di più a utilizzare sistemi di raffreddamento al liquido e, nel caso del Nord Italia, a sfruttare la geotermia. L’acqua nel sottosuolo subisce meno sbalzi rispetto alla stagionalità e permette di lavorare con una maggiore uniformità durante l’anno. L’investimento iniziale può essere un po’ più elevato rispetto ai sistemi ad aria, ma sull’intera durata della vita utile e considerando il consumo energetico, sul lungo termine la tecnologia può essere più conveniente»
Sul fronte dell’efficienza si guarda anche a soluzioni non ancora propriamente commerciali. «Si stanno cominciando a sperimentare e applicare sistemi che prevedono l’utilizzo di fluidi a cambiamento di fase, usando cioè l’ebollizione come sistema di raffreddamento per aumentare l’efficienza. C’è da capire quanto saremo rapidi nel migliorare questi sistemi rispetto alla tendenza del cambiamento climatico». Spesso si pensa che la soluzione ideale sia lo spostamento dei data center nel Nord Europa o in zone fredde, ma esistono vincoli geografici e strategici insuperabili: «L’obiettivo primario è avere i data center nelle zone dove si vogliono sviluppare i sistemi di dati, anche per una questione di trasmissione ad alta velocità, che non rende semplice distribuire geograficamente queste strutture lontano dai punti di utilizzo. Inoltre, c’è spesso un interesse nazionale nel mantenere i data center sul proprio territorio».
C’è poi un altro aspetto, che riguarda la crisi climatica solo in maniera indiretta: l’aumento dei costi per coloro che vivono in prossimità di un data center. «A livello logico, siccome i prezzi dell’energia elettrica sono basati su base zonale e legati all’equilibrio tra domanda e offerta, un forte sbilanciamento può influenzare il prezzo della corrente in quella zona. Tuttavia, si sta lavorando a livello legislativo per inquadrare i data center – che sono una realtà a metà tra il settore industriale e quello dei servizi – all’interno di un quadro regolatorio specifico, così da evitare questo tipo di distorsioni sul mercato e sul territorio».
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