C’è fame di street food. Da fenomeno urbano, concentrato nelle grandi città e nelle mete turistiche più gettonate, il cibo di strada oggi è diventato una presenza stabile nel tessuto economico locale, capace di raggiungere anche piccoli centri, aree costiere e borghi dell’entroterra. A raccontare questa trasformazione sono i dati elaborati da Unioncamere e InfoCamere.
Sono ormai quasi 2mila, per la precisione 1.975, i Comuni italiani con almeno uno street food, contro i 1.258 del 2016. In dieci anni la geografia del settore si è dunque allargata includendo 717 nuovi Comuni, con una crescita del 57%. E il Mezzogiorno concentra quasi la metà di queste realtà. Nello stesso periodo il numero complessivo delle imprese è quasi raddoppiato, passando da 2.271 a 4.286 unità (+88,7%). Oggi più di un Comune italiano su quattro ospita almeno un’attività del comparto, mentre dieci anni fa il fenomeno riguardava poco più di uno su sei.
I numeri raccontano un cambiamento in atto: “Lo street food – commentano Unioncamere e Infocamere- non rappresenta più soltanto una modalità alternativa di ristorazione, ma un modello imprenditoriale che ha saputo adattarsi a contesti molto diversi tra loro, intercettando nuove abitudini di consumo, la crescita del turismo esperienziale e una domanda sempre più orientata verso formule di ristorazione flessibili, informali e di prossimità”.
A livello regionale, dopo la Lombardia saldamente in testa con 544 imprese, le regioni con il maggior numero di attività sono Sicilia (514), Puglia (510), Lazio (371) e Campania (361). Tra le province, alle spalle di Milano (256 imprese) troviamo Roma (230), Lecce (192), Torino (170) e Napoli (162).
Ma il fenomeno si espande oltre i tradizionali poli urbani: sono infatti 717 i Comuni italiani entrati per la prima volta nella mappa dello street food nell’arco dell’ultimo decennio, segnale di un settore che continua ad ampliare la propria presenza sul territorio nazionale.
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