C’è un modo di scegliere l’Italia che fa meno rumore degli sbarchi, ma pesa: quello di chi arriva portando capitali, competenze e progetti. Si chiama Investor Visa for Italy, il “golden visa” all’italiana, e nel 2025 ha toccato il record storico: 209 domande fino al primo dicembre, il 63,3% in più rispetto all’anno prima. Attorno a questa opportunità è nata anche un’associazione di categoria, che punta a diventare l’interlocutore tra gli operatori e lo Stato.
Il meccanismo nasce dall’articolo 26-bis del Testo unico sull’immigrazione, introdotto dalla legge di Bilancio 2017. La logica è lineare: chi non è cittadino europeo e investe una cifra rilevante nell’economia italiana ottiene in cambio il diritto a viverci. Le soglie sono quattro: 250 mila euro in una startup innovativa, 500 mila nel capitale di una società italiana, 2 milioni in titoli di Stato, o una donazione filantropica da 1 milione per cultura, ricerca o istruzione. Nel 2025 il programma ha mobilitato oltre 100 milioni di euro.
Il percorso
Il percorso passa da un nulla osta, rilasciato da un comitato interministeriale dopo il deposito della domanda completa. Dopo il primo ingresso in Italia, l’investitore ha tre mesi per perfezionare l’operazione. Il permesso dura due anni e si rinnova per periodi di tre. Un dettaglio lo distingue da altri visti: non impone alcun soggiorno minimo, flessibilità preziosa per chi ha interessi in più Paesi. La geografia dei richiedenti racconta più di ogni cifra. Nel 2025 la maggioranza delle domande è arrivata, nell’ordine, da Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Turchia: il mondo anglosassone in prima fila, con l’America capofila. Un’inversione di rotta rispetto agli anni in cui il primato era conteso da statunitensi e russi appaiati; questi ultimi oggi sono fuori gioco, perché dal luglio 2023 le domande di russi e bielorussi sono sospese, in linea con le raccomandazioni dell’Ue.
Per l’Italia è il momento giusto. Bruxelles ha alzato l’asticella sui “visti d’oro”: ha archiviato la vendita di cittadinanza – i golden passport, fuorilegge dopo la sentenza dell’Ue contro Malta dell’aprile 2025 – e premia i programmi legati all’economia reale, ridimensionando quelli fondati sul mattone. La Spagna ha abolito il suo golden visa nel 2025, il Portogallo aveva già chiuso la via immobiliare nel 2023, la Grecia l’ha mantenuta ma ha alzato le soglie a 800 mila euro. Dove gli altri legavano la residenza agli immobili, l’Italia ha puntato su imprese, innovazione e titoli pubblici. La soglia minima, 250 mila euro, è tra le più basse dell’Unione, e la cifra si versa solo dopo l’approvazione: chi fa domanda non rischia un euro in anticipo. In cambio, l’Italia chiede pazienza: per la cittadinanza servono dieci anni di residenza, contro i cinque del Portogallo. È la prova di un modello pensato per l’investimento stabile, non per una scorciatoia verso il passaporto. Non si tratta di “vendere” la residenza, ma di concederla in cambio di un investimento nel capitale sociale del Paese.
Il programma si difende su tre fronti. Senza canale immobiliare, sparisce il rischio di gonfiare i prezzi delle case, e il capitale deve essere tracciabile, mantenuto per l’intera durata del permesso e documentato. La provenienza dei fondi è sottoposta a verifica antiriciclaggio: si identifica il titolare effettivo, si controllano persone politicamente esposte e sanzioni, si risale all’origine del patrimonio. Infine la reversibilità: se i soldi risultano illeciti o l’investimento salta, il titolo viene revocato.
A Torino, nel febbraio 2026, è nata la Italian Investment Alliance (Iia), la prima associazione che riunisce gli operatori dell’ecosistema: studi legali, boutique dell’immigrazione, commercialisti e family office. A presiederla è Dario Montagnese, che del settore è anche operatore e con l’associazione gestisce circa un terzo delle richieste. «Questi programmi vanno distinti da quelli di agevolazione fiscale», premette. «Noi diamo a chi vuole investire nel nostro Paese la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno». L’obiettivo è rendere il sistema «più trasparente, prevedibile e competitivo». Secondo Montagnese la richiesta potrebbe toccare le mille unità già nell’arco del 2026. Il profilo dell’investitore è oggi concentrato: «La grande maggioranza sono statunitensi. Amano l’Italia e, per come è strutturato il programma – niente immobiliare, solo equity – sono i più coinvolti», dice. Ma il bacino si allarga: «C’è una crescita dal Medio Oriente e, se il programma funzionerà, aumenteranno anche gli investitori da India e Cina».
Il progetto dell’associazione punta a riconoscere l’investimento solo quando il denaro entra davvero nelle imprese, a includere il nucleo familiare dell’investitore in un’unica pratica, senza passare per coesione o ricongiungimento, a introdurre registri di operatori e aziende qualificate che aderiscano a un codice etico e di condotta e a digitalizzare le domande con una piattaforma operativa da gennaio 2027. Il cambiamento principale, per Montagnese, è sul terreno degli strumenti. «Ci sono gli acquisti di azioni e le sottoscrizioni di aumenti di capitale. Le prime sono le più utilizzate, ma non portano un vero ritorno sull’economia reale», osserva, «Bisogna individuare quali investimenti portano più benefici al Paese e modificare l’articolo 26-bis. Stiamo dialogando con le istituzioni per inserire queste misure nel nuovo dl Imprese: c’è il favore del governo, abbiamo interlocuzioni aperte con il ministero dell’Interno e con il Mimit».
Nodo tempi
Resta un nodo aperto: sui tempi le due letture divergono. I dati di sistema parlano di un nulla osta rilasciato in media tra i 25 e i 35 giorni, senza arretrati; gli operatori riferiscono tempistiche più lunghe. «Il nostro lavoro di mediazione sta dando i suoi frutti. Il comitato interministeriale ha già in parte mantenuto l’impegno a ridurre gli arretrati», conclude Montagnese. È qui che si gioca la reputazione del programma: gli investitori internazionali sono una platea connessa, dove il passaparola corre veloce. Rendere la macchina rapida e uniforme è l’ultimo passo per trasformare un vantaggio in un’esperienza all’altezza di chi porta capitali e progetti.
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