Nel 2025 le dimissioni volontarie in Italia hanno superato i due milioni e il 38% degli occupati italiani, praticamente quattro persone su dieci, dichiara di vivere una condizione di benessere lavorativo insoddisfacente. Tra i 35 e i 44 anni la percentuale sale addirittura al 55%, proprio nella fascia d’età in cui le pressioni professionali sono sempre di più e cresce la fatica nel trovare un equilibrio con la sfera privata rispetto alle altre generazioni di lavoratori.
Lo studio
Secondo un’indagine, condotta da Tack Tmi Italy su 1.500 lavoratori attivi nel nostro Paese il 39% degli intervistati segnala un carico di lavoro ormai al limite della sostenibilità, mentre il 41% racconta di sentirsi costantemente affaticato, con energie ridotte e difficoltà a mantenere la concentrazione. Situazioni che, se protratte nel tempo, rischiano di minare la tenuta professionale delle persone e di ridurre motivazione e partecipazione attiva. Questo per le aziende ha un impatto in termini di costi enormi: un contesto lavorativo percepito come poco curato può spingere un dipendente a lasciare l’azienda, ridurne la motivazione a impegnarsi nel proprio ruolo e persino compromettere la capacità dell’impresa di attrarre nuovi talenti.
Dalla ricerca emerge che il 22% degli intervistati lavora in aziende prive di qualunque iniziativa dedicata al benessere, nonostante il 75% del campione affermi che la componente psicologica del benessere pesa in modo determinante nella scelta di un futuro datore di lavoro. Accanto ai vantaggi economici, richiesti dalla metà dei lavoratori, le richieste principali riguardano un miglior equilibrio tra impegni personali e professionali: il 38% chiede maggiore flessibilità negli orari di entrata e uscita e nella gestione dei turni, mentre il 36% indica lo smart working come leva utile a rendere più sostenibile la routine lavorativa.
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