C’era una volta un settore – quello dei grandi elettrodomestici – che rappresentava uno dei pilastri della manifattura italiana. Una filiera capace di tenere insieme distretti produttivi, competenze tecniche e indotto. Fabbriche che davano lavoro a intere comunità locali; famiglie che vivevano di quei prodotti. Poi è arrivata l’onda, alta e rapida, delle acquisizioni.
La storia
Nel 2014 Whirlpool rileva Indesit dalla famiglia Merloni, nel 2024 Arçelik e Whirlpool danno vita a Beko Europe, società controllata dalla turca Arçelik, nella quale confluiscono anche gli stabilimenti italiani dell’ex Whirlpool. In dieci anni l’Italia è passata dall’avere un’eccellenza nazionale dell’elettrodomestico a uno sfiancante tira e molla per contrattare, sito per sito, la sua permanenza all’interno di una multinazionale.
A un anno dall’accordo siglato al ministero delle Imprese e del Made in Italy, la situazione appare tutt’altro che incoraggiante. Beko riferisce di aver già destinato circa 110 milioni di euro agli stabilimenti italiani, nell’ambito del piano da 300 milioni concordato per riorganizzare e rilanciare le attività nel Paese. Due settimane fa, nel corso di un incontro di aggiornamento a Palazzo Piacentini sulla vertenza Beko Europe in Italia, l’azienda ha confermato gli impegni presi. Per quanto riguarda il sito di Siena, è stato confermato il proseguimento del percorso di reindustrializzazione.
Il gruppo ha tuttavia riconosciuto la fase particolarmente difficile attraversata dal mercato. A pesare sono soprattutto l’indebolimento del potere d’acquisto dei consumatori, eroso dall’inflazione, che li spinge a orientarsi verso linee più economiche, e la crescente concorrenza estera.
Infatti le preoccupazioni tra i lavoratori sono tante: ciò che occorre sono investimenti più chiari, nuovi prodotti, carichi di lavoro certi e garanzie sulla continuità produttiva. Del resto, il mercato europeo è molto debole, fiaccato dalla pressione sui prezzi, dalla concorrenza asiatica e da una domanda ancora fragile per i beni durevoli. Secondo i dati delle associazioni europee di settore, negli ultimi anni nell’Unione hanno perso il lavoro 20 mila persone. Ed Electrolux questa settimana ha annunciato altri 1.700 tagli.
Il 7 maggio Beko ha comunicato che dal 21 maggio al 2 giugno si fermerà la linea elettrica dei piani a induzione nello stabilimento di Melano, in provincia di Ancona.
Lavoratori
Il sito occupa circa 400 lavoratori, che in quelle due settimane andranno in cassa integrazione. Lo stop provocherà – secondo i rappresentanti dei lavoratori – una perdita di circa 2 mila piani a induzione al giorno. La decisione pesa anche perché arriva poco dopo un incontro al ministero in cui era stata segnalata una lieve ripresa produttiva per Fabriano.
La crisi della filiera si è inasprita a partire dal 2024, quando l’azienda ha presentato un piano da 1.935 esuberi e la chiusura di tre presidi: lo stabilimento di Siena, quello di Comunanza e la linea del freddo di Cassinetta. Il piano è stato respinto al tavolo ministeriale, richiamandosi al golden power come vincolo e leva negoziale. Da lì e si è aperta una lunga trattativa. Nell’aprile 2025 è stato raggiunto un accordo che riduce gli esuberi sotto quota mille, da gestire con strumenti volontari e incentivati. Nello stesso accordo l’azienda si impegna a investire 300 milioni di euro per riorganizzare e rilanciare le attività italiane. Ma un anno dopo, i nervi restano tesissimi e sorgono sempre maggiori perplessità.
A gennaio gli operai di Cassinetta di Biandronno, in provincia di Varese, hanno scioperato chiedendo il rispetto degli accordi e un cambio di passo sul piano industriale. Il sito lombardo avrebbe dovuto avere un ruolo centrale nella produzione dei forni a incasso, ma nel 2025 i sindacati hanno denunciato un calo dei volumi di circa il 30% rispetto all’anno precedente. Anche qui il tema non è solo occupazionale: riguarda la capacità dell’azienda di trasformare gli impegni presi al ministero in nuovi prodotti, investimenti effettivi e lavoro stabile.
Il problema segue tre piani. Il primo riguarda i volumi: se una linea indicata come centrale perde, nei giorni di stop, oltre duemila pezzi al giorno, è un chiaro segnale sulla domanda o sulla programmazione produttiva, che evidentemente resta debole. Il secondo riguarda gli investimenti: le risorse annunciate dovrebbero tradursi in nuovi prodotti e obiettivi concreti, misurabili, visibili. E gli stop non sono certo un buon segnale. Il terzo è occupazionale: senza continuità produttiva, gli ammortizzatori sociali rischiano di diventare una soluzione tampone, che rimanderà solo di qualche mese risposte ben più drammatiche.
Il punto è comprendere quale traiettoria stia imboccando il sistema produttivo industriale italiano ed europeo. Gli ultimi fatti di cronaca, tra stabilimenti in difficoltà e lavoratori sospesi nell’incertezza, non offrono segnali rassicuranti. La domanda, allora, è se l’Italia continuerà a rappresentare un tassello strategico nella manifattura europea di Beko, oppure diventerà progressivamente il luogo in cui ridurre capacità produttiva e costi.
L’impressione è che, in assenza di politiche europee mirate, la produzione comunitaria di elettrodomestici sia destinata a un lento ridimensionamento. Una traiettoria che richiama quella già osservata in altri comparti, dal tessile al legno-arredo. Nel frattempo, intere comunità cresciute attorno all’industria – Fabriano ne è un caso emblematico – vedono assottigliarsi le proprie prospettive economiche e sociali.
E una parte crescente della popolazione in età lavorativa, soprattutto tra i più giovani, resta ai margini del lavoro industriale che per decenni aveva scandito la vita di questi territori. Senza indicazioni chiare su investimenti, capacità produttiva e ruolo degli stabilimenti italiani nella strategia del gruppo, la riorganizzazione rischia di tradursi in una gestione ordinata del declino.
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