Si allarga la frattura lungo la roccia sindacale su cui poggia i piedi quella che un tempo era considerata l’indivisibile Triplice. A far brillare l’ultima carica esplosiva è stata la Cisl di Daniela Fumarola che, nel suo Libro Verde per il Patto sociale, ancora fresco di stampa, non solo rottama il salario minimo ma supera di slancio «la logica dell’emergenza permanente». Un riposizionamento strategico, quello avviato dal sindacato di via Po, su cui dovrebbe meditare in primo luogo la rossa Cgil.
Perché, mentre il suo segretario Maurizio Landini continua a puntare sulla mobilitazione, i suoi alleati sindacali spostano il tavolo della concertazione a un livello più sottile: quello del pragmatismo e della sintonia con gli obiettivi di crescita posti dal governo e dal ministro del Lavoro Marina Calderone. «L’Italia ha bisogno di tornare a discutere del proprio futuro», ha detto pochi giorni fa Fumarola mentre elencava gli undici punti strategici del proprio programma, ivi compresa l’idea di utilizzare la molla del risparmio privato e delle casse previdenziali per ricaricare il meccanismo degli investimenti produttivi.
Una svolta questa in parte già completata anche dalla Uil di Pierpaolo Bombardieri, così da individuare nuove soluzioni per tagliare l’unico traguardo che dovrebbe davvero stare a cuore a un sindacato: rafforzare contratti e salari.
Confindustria
Perché l’Italia del 2026 non è certo né Coketown né quella sulla quale è stato costruito il sindacalismo industriale del Novecento. Metalmeccanica, chimica e siderurgia hanno lasciato sempre più spazio al terziario, l’economia cresce ma non riesce a correre (+1%) e l’occupazione è ai massimi storici (63,1% nel secondo trimestre), anche grazie all’effetto di una finestra di uscita verso la pensione che si allontana sempre di più: 67 anni e sei mesi l’ultima stima della Ragioneria generale per il 2029. Per Confindustria e il sistema Paese rimane, inoltre, aperta la sfida di trasformare questo cocktail in maggiore competitività, malgrado una base dei costi ustionata dalla fiammata del caro-energia conseguente alla crisi di Hormuz.
Un problema molto più acuto lungo la Penisola che in altri Paesi Ue già assistiti dal nucleare: proprio questa settimana, dopo 40 anni di attesa, il Senato ha deciso di riportare famiglie e imprese nel futuro, tracciando la strada verso l’atomo 2.0; ma il primo minireattore non si accenderà prima del 2033.
Produttività e salari
Tornando al lavoro, la connessione tra maggiore produttività e salari risulta il peggiore dei nodi gordiani per la forma mentis di Landini, ma non per il nuovo algoritmo sindacale scelto da Cisl e Uil. Il rischio per la Cgil non è quindi tanto di perdere una battaglia di piazza, quanto di ritrovarsi all’angolo nelle trattative che contano. Magari tra poche settimane, quando entrerà nel vivo la discussione su una legge di Bilancio resa più complessa dalla mancata uscita anticipata dalla procedura per disavanzo eccessivo: la Cgil difficilmente resisterà alla tentazione di trascinare i propri iscritti nella sbornia dello sciopero generale, senza però avvertirli che con ogni probabilità il giorno seguente non resterà che un collettivo mal di testa.
Con questo non vogliamo certo negare alla Cgil – e ai suoi oltre 5 milioni di iscritti – un ruolo di primo piano nell’arena sindacale. L’autogol, un po’ come racconta Dickens in Tempi difficili nella figura del tribuno della protesta Slackbridge, è tuttavia trasformare il conflitto in una forma di identità politica collettiva; ignorando che subito sotto il palco avvolto dalle note di Bella Ciao, tutto sta cambiando.
Segnali inequivocabili
I segnali sono inequivocabili. Basta dare un’occhiata a cosa è accaduto ad alcuni degli ultimi rinnovi dei contratti del pubblico impiego, a partire da quello della Sanità, dove la Cgil ha finito per sedersi al tavolo e sottoscrivere l’accordo. Una scelta che racconta bene la discrasia tra il movimentismo della piazza e la realtà della contrattazione, nella quale anche Landini deve assumersi la responsabilità di un’intesa. Similare la dinamica nel privato, dove ormai la logica diffusa è aprire i cordoni verso welfare, formazione e premi di produttività, che possono diventare considerevoli nei casi più virtuosi sia del credito sia di realtà aziendali storicamente attente ai contratti integrativi.
Terremoto IA
Per non parlare della necessità di tenere conto del terremoto che l’avanzata dell’intelligenza artificiale sta provocando sul mondo del lavoro di ogni ordine e grado, cambiando professioni ed esigenze delle aziende. Non distante l’analisi di un altro cavallo di battaglia della Cgil: il fiscal drag. Perché se recupero fiscale e rinnovi contrattuali restano due forni distinti in cui far lievitare il potere d’acquisto di lavoratori e pensionati, dall’altro non può essere un alibi per mascherare il problema di fondo che una impresa per crescere deve fare profitti e poter investire.
Il caso della Fabi
Una prova indiretta dell’importanza di restare ancorati alla realtà per evitare errori che rischiano di risultare fatali si può trovare perfino nella feroce caricatura manzoniana dell’erudito Don Ferrante. Ma forse la cosa migliore sarà dare un’occhiata a quale strategia metteranno in atto i sindacati del credito. Gli stessi che nel 2023, sotto la guida della Fabi di Lando Maria Sileoni, sono riusciti a ottenere 435 euro di aumento a regime. Un record, sicuramente agevolato dai solidi bilanci del settore, ma reso possibile grazie a una non comune efficacia negoziale.
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