La fotografia del XIII Rapporto sulle entrate fiscali e sul finanziamento del welfare di Cida e Itinerari Previdenziali mostra un dato chiaro: con il governo Meloni il prelievo si è alleggerito soprattutto sulle fasce più basse, mentre il peso dell’Irpef continua a concentrarsi sui redditi medio-alti. Il rapporto, basato sui dati del Mef e dell’Agenzia delle Entrate, analizza le dichiarazioni dei redditi 2024 presentate nel 2025.
I dichiaranti salgono a 42,84 milioni (+267.885) grazie al successo delle politiche del lavoro. I versanti, chi paga almeno un euro di Irpef, sono 34,1 milioni (+1,68%). L’Irpef ordinaria raggiunge 197,37 miliardi (dai 185,58 precedenti); con le addizionali il gettito supera i 216 miliardi.
Il cambiamento emerge dalle aliquote medie: nel 2025 sono sistematicamente inferiori a quelle del 2021-2022, soprattutto nelle fasce basse. Fino a circa 1 6 mila euro l’aliquota media diventa addirittura negativa, perché trasferimenti e benefici superano l’imposta teorica. Nel 2022 l’effetto negativo si concentrava invece tra gli 8.500 e i 13 mila euro, legato al solo Trattamento integrativo.
L’effetto delle riforme
Non è un caso. L’evoluzione del prelievo tra il 2022 e il 2025 è il risultato di interventi successivi e cumulati. Prima la riduzione del cuneo contributivo, che aveva aumentato il netto in busta paga senza intervenire direttamente sull’Irpef; poi la sua trasformazione in misure fiscali strutturali con la legge di Bilancio 2025; l’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef con l’eliminazione dell’aliquota al 25%; e l’aumento della detrazione per lavoro dipendente da 1.880 a 1.955 euro. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, questi interventi alzano anche la progressività dell’imposta del 6,2%.
Il percorso del governo Meloni è lineare: dal taglio del cuneo alla sua stabilizzazione fiscale e all’intervento sugli scaglioni. Nel 2025 la pressione media è più bassa rispetto al 2021-2022 su tutta la curva dei redditi, con una convergenza più lenta solo oltre i 32 mila euro. Dal 2026 l’aliquota del secondo scaglione (28-50 mila euro) scende di altri due punti, proseguendo l’alleggerimento e spostando gradualmente il beneficio verso fasce intermedie. Si tratta, in sostanza, di un riequilibrio progressivo del carico fiscale che ha già prodotto effetti misurabili sulle fasce più basse.
La distribuzione del gettito conferma la protezione delle fasce basse. Quasi 8 milioni di contribuenti fino a 7.500 euro versano lo 0,29% dell’Irpef. Tra 7.500 e 15 mila euro (7,43 milioni) il contributo è del 2,54%; tra 15 e 20 mila (4,79 milioni) del 3,91%.

Il 69,78% dei contribuenti dichiara fino a 29 mila euro e paga solo il 21,33% dell’Irpef, circa 46 miliardi. La quota largamente maggioritaria resta a carico delle fasce superiori. Le nuove misure hanno ulteriormente ridotto l’aliquota effettiva nelle fasce medio-basse. La questione aperta riguarda il gradino successivo.
La concentrazione del gettito è elevata. Chi ha almeno 35 mila euro (18,78% dei contribuenti) versa il 65% dell’Irpef. Aggiungendo la fascia 29-35 mila, il 30,22% dei contribuenti sostiene il 78,67% dell’imposta. Il presidente di Cida Stefano Cuzzilla riconosce che i dati delle dichiarazioni dei redditi evidenziano il ruolo decisivo del ceto medio e dei redditi medio-alti nel finanziamento del welfare. Si tratta in larga parte di «lavoratori qualificati, professionisti, quadri e dirigenti» che con il loro contributo sostengono il sistema. Proprio per questo, sottolinea Cuzzilla, è importante proseguire sulla strada già intrapresa.
Tra 35 e 55 mila euro (5,37 milioni di contribuenti) si versano 52,68 miliardi, con un’imposta media di 9.815 euro. Tra 55 e 100 mila (1,93 milioni) il versamento sale a 39,75 miliardi, media 20.634 euro. Sopra i 100 mila la platea si restringe rapidamente.
La road map per il futuro
Su questa fascia si concentra la prossima partita. Dopo aver portato al 33% l’aliquota del secondo scaglione, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo punta a proseguire lungo la stessa strada. L’obiettivo dichiarato è «abbracciare la fascia che va da 50 a 60 mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33%», compatibilmente con le risorse disponibili (servono circa 3 miliardi di euro) e con il consenso della maggioranza. Il tema è destinato a entrare nella prossima legge di Bilancio: dopo gli interventi sui redditi più bassi e sullo scaglione fino a 50 mila euro, tocca ora al ceto medio-alto, proprio la fascia che sostiene una quota rilevante del finanziamento del welfare.
La sostenibilità dei conti pubblici
Il rapporto sostiene la prosecuzione della riduzione del prelievo: se l’obiettivo è aumentare la partecipazione al lavoro e rendere conveniente produrre reddito, il Fisco non può concentrarsi indefinitamente su chi già paga. La sostenibilità resta legata ai conti pubblici. Il welfare assorbe risorse elevate: la redistribuzione per sanità, assistenza e istruzione arriva a 252,7 miliardi, 1,17 volte l’intera Irpef, lasciando meno spazio alle altre funzioni e alimentando il debito.
La sfida è duplice: alleggerire il Fisco senza compromettere i conti e spostare il beneficio verso il ceto medio, la fascia che oggi sostiene la quota più elevata del gettito. Il primo passo sui redditi bassi è compiuto. Ora la partita sale di livello.
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