E’ un sentiero di asfalto che attraversa la nazione e se ne va su e giù per la carta geografica, dal Mississippi a Bakersfield, attraverso le terre rosse e le terre grigie, inerpicandosi su per le montagne, superando valichi e planando nel deserto terribile e luminoso, e dopo il deserto di nuovo sulle montagne fino alle ricche valli della California. John Steinbeck la racconta così e sta per diventare una leggenda. L’11 novembre la Route 66 (foto) compie cento anni. È nata nel 1926 come una sequenza di numeri su una carta federale, da Chicago a Santa Monica, quasi quattromila chilometri di asfalto che non hanno mai avuto paura di sembrare un mito.
Steinbeck
Steinbeck la chiamò la strada madre, quella degli sfollati dell’Oklahoma in fuga dalla polvere verso la California, con i materassi legati sul tetto. Poi è diventata canzone, insegna al neon, motel con la piscina vuota, nostalgia venduta a peso nei negozi di souvenir. Dal 1985 ufficialmente non esiste più. Declassata, cancellata dalle mappe, scavalcata dalle interstatali. Tutto vero, ma è ancora lì. Le strade non muoiono quando le togli dalle carte. Muoiono quando nessuno ha più voglia di raccontarle.
Il libro di Minervino
Mauro Francesco Minervino, antropologo calabrese, ha scritto un libro che sembra pensato per questo anniversario, anche se l’America la guarda di sbieco, dal fondo del Mediterraneo. Si chiama Le strade, la vita (Scholé, 26 euro) e parte da una domanda da bambini: perché l’umanità si mette per strada? La risposta non consola. Ci siamo sempre mossi, certo. L’Homo antecessor ha lasciato le sue impronte sulle coste inglesi. I pellegrini hanno consumato le suole verso Roma e Santiago.
I romani hanno cucito il mondo con le consolari. Solo che adesso non scegliamo più. Siamo, scrive Minervino, «viaggiatori forzati, pendolari, profughi, precari esistenziali». Non misuriamo le distanze in chilometri ma in ore: due di volo, tre di alta velocità, quattro di autostrada. La geografia è saltata. Resta il tempo che ti separa da qualcosa.
C’è un dettaglio che vale la pena ricordare, in questo centenario. Quando Sal Paradise parte per il West, in Sulla strada, sceglie sulla mappa la Route 6, una linea rossa che va dritta da Cape Cod al Nevada. Gli sembra perfetta. Finisce sotto la pioggia a Bear Mountain, a due passi da casa, senza un’auto che si fermi. Deve tornare indietro e prendere un pullman. Il romanzo più famoso sulla strada comincia con un errore di cartografia. Minervino racconta il rotolo di Kerouac: trentasei metri di carta da telescrivente incollati con lo scotch, battuti in tre settimane a cento parole al minuto. Un libro senza capitoli e senza a capo, dritto come una highway. La pagina che si fa asfalto.
Atlante
Il resto è un atlante. Ci sono le strade di Buenos Aires che Borges sentiva come viscere, quelle di quartiere, quasi invisibili perché abituali. C’è la provincia di Tondelli, dove l’estate o è corsa o non è. C’è Ballard, che in Crash trasforma l’incidente in desiderio e l’autostrada in un corpo da ferire. C’è Calvino con la strada di San Giovanni, il sentiero che divide il padre, che sale verso la campagna, dal figlio, che scende verso la città. Minervino tiene insieme il rigore del saggista e il passo del narratore. Si concede deviazioni che sembrano piazzole di sosta: la cucina di strada, la bicicletta, i senza fissa dimora. Si perde, e lo fa apposta.
Il confronto più feroce non è però con l’America. È con Il sorpasso. Bruno Cortona corre con la sua Aurelia Sport proprio sull’Aurelia, sulla vecchia consolare romana coperta di catrame rovente. È questa la differenza. Gli americani il mito se lo sono steso su una terra che sembrava vuota. Noi l’asfalto lo abbiamo colato sopra i romani, i pellegrini, i mulattieri. Sotto ogni strada c’è una strada più antica. Il nostro on the road è sempre un palinsesto, e infatti finisce male: Gassman sorpassa in curva, l’altro ci lascia le penne. Minervino vede in Cortona il padre tragico di tutti noi, l’italiano che sgomita e considera la fila e la precedenza roba da impiegatucci. Non ha tutti i torti, ma qualcosa di quella fuga, diciamolo, ci manca.
Le strade della Calabria
Poi c’è la pagina più bella, la più personale. Minervino guida ogni giorno sulle strade della Calabria, che descrive come «accuratamente bombardate», crateri sulla crosta della luna. E a un certo punto se la prende con i dossi. Sì, i dossi: i cordoli di plastica gialla, i dissuasori piazzati pure nei vicoli dove si va comunque a passo d’uomo. Li considera l’espressione di una «mentalità anticivica, illiberale e repressiva», una segnaletica «da vecchio regime sovietico». Ti costringe a rallentare non perché sia giusto, ma perché qualcuno ha deciso che non sei capace di farlo da solo. Lui, che rispetta il codice, davanti a un dosso sente una ribellione istintiva. Ecco allora l’ironia: i dossi li hanno inventati in America. Il Paese che ha fatto dell’automobile il simbolo della libertà individuale ha inventato anche lo strumento per frenarla. Lì li chiamano bump. È tutta la parabola della modernità in un pezzo di gomma. Ti danno la strada e poi ti piazzano l’ostacolo. Ti promettono l’orizzonte e ti fanno sobbalzare ogni cinquanta metri.
In fondo al Sud
Marc Augé, che firmò la prefazione al suo In fondo a Sud, aveva scritto che le nostre città diventano musei mentre tangenziali e autostrade le aggirano. È esattamente il destino della Route 66. Una strada museo, aggirata dalle interstatali, visitata da turisti che la percorrono per vedere com’era quando serviva a qualcosa. Il nonluogo che si traveste da luogo. L’Europa è piena di questi fantasmi, e il Sud più di tutti. Minervino ne aveva già raccontato uno in Statale 18, la sua Route 66 tirrenica, da Napoli a Reggio.
Ecco, la Route 66 a cento anni non porta più da nessuna parte. Forse per questo continuiamo ad amarla. È la strada che non devi prendere per arrivare. La prendi per ricordarti che, una volta, partire era una scelta.
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