Un uomo sulla trentina, a Brooklyn, prova a comprare una scatola di caramelle. Appoggia la carta sul lettore della cassa automatica, la riappoggia, la strofina. Niente. Tre dollari li aveva spostati da un conto all’altro pochi istanti prima, nascosti come si nasconde il pane, e in quegli istanti qualcuno glieli ha già portati via. Non un uomo con il cappotto lungo e il libro mastro. Un’applicazione: si chiama Cleo. O forse Albert. L’uomo è Daniel Kolitz e la scena è la più bella di Paid Phones, il racconto uscito in agosto sul Baffler. Kolitz non è un povero da manuale. Scriveva testi promozionali per aziende tecnologiche, prose che nessun essere umano avrebbe mai letto, costruite per compiacere i motori di ricerca. Lo pagavano fino a un dollaro a parola e in sei ore alla settimana guadagnava quanto un insegnante a metà carriera. Poi è arrivato ChatGpt e il mestiere è evaporato in dodici mesi.
Le app di finanza
Gli amici si chiamano Albert, Cleo, Brigit e Dave. Sono app di finanza personale nate tra il 2016 e il 2019, nell’alba dorata del fintech. Hanno nomi di persona per scelta industriale: l’amministratore delegato di Dave ha spiegato che volevano qualcosa di accessibile e amichevole, il contrario delle banche con i loro nomi altisonanti. Kolitz osserva che conosce almeno quattro tizi di nome Dave e nessuno che si chiami Bank of America, e che nessuno dei quattro gli ha mai messo addosso un tasso del quattrocento per cento su un prestito a due cifre.
Meccanismo semplice
Il meccanismo è di una semplicità antica. Scarichi, concedi l’accesso al tuo conto corrente, un algoritmo legge i tuoi movimenti e ti offre una cifra: di regola tra i venticinque e i cinquecento dollari, da restituire in sette o quattordici giorni. Nessuna garanzia, nessuna firma, nessun istruttore di pratiche che ti guardi in faccia. La garanzia sei tu: hanno il permesso di prelevare direttamente dal conto. Perché lo fai e accetti interessi da cravattari? Il motivo è la dimostrazione che il valore del denaro cambia in base al bisogno. È la marginalità che fa la differenza. Quando ti arriva lo stipendio l’ultimo giorno del mese tiri un sospiro di sollievo e fino al quindici ti senti bene o male a posto. Quando scatta il venti sei già disperato, perché la carta di credito è spremuta come un limone e il conto ha superato il confine del rosso. A quel punto per 400 euro sei disposto a pagare interessi come se non ci fosse domani. È stupido, sciagurato, ma ci cascano in tanti. Quando entri in questo meccanismo il 20 del mese ti chiede un sacrificio di sangue, denaro, sempre più alto. Alla fine insegui i tuoi debiti. Per rimborsare i prestiti concessi da Albert, per venticinque dollari, servivano sei dollari e novantanove di accredito immediato più un abbonamento da diciannove e novantanove al mese, da saldare entro una settimana insieme al capitale. Qui arriva la parte che dovrebbe interessare i giuristi. A dicembre del 2025 l’autorità americana di tutela dei consumatori ha stabilito che questi prodotti, li chiamano anticipi sul salario maturato, non sono credito, e che le commissioni per l’accredito rapido e le mance non sono oneri finanziari. Tradotto: nessun obbligo di dichiarare un tasso. E se non paghi? Non succede quasi niente, ed è questo l’orrore. Non ti fanno causa: per restare fuori dalla definizione di credito i prestiti sono costruiti senza rivalsa. Niente tribunale, niente ufficiale giudiziario, niente di quell’apparato che per due secoli ha reso il debito una faccenda pubblica e perfino solenne. L’app semplicemente aspetta. Sorveglia il conto e preleva quel che trova, e quando arriva lo stipendio lo intercetta sulla porta. Se il prelievo va a vuoto ti multa la banca, non il creditore: commissione per fondi insufficienti, moltiplicata per ogni tentativo.
La vera sanzione
La sanzione vera è un’altra: finché non saldi, ti tolgono l’accesso a nuovi anticipi. Kolitz racconta di aver fantasticato di revocare l’autorizzazione all’addebito, come fanno a centinaia sui forum dei debitori, e di non averlo fatto: avrebbe dovuto smettere di usarle, e non poteva permetterselo. La minaccia non è più spezzarti le gambe. È non prestarti più. Ti puniscono togliendoti la cosa che ti sta rovinando. La genealogia non è nobile. Il fondatore di Cleo veniva da Wonga, i prestatori britannici famosi per aver inventato studi legali inesistenti con cui tormentare i debitori. Brigit è stata comprata per quattrocentosessanta milioni di dollari dagli specialisti del noleggio a riscatto. Quest’anno una app del genere è stata acquistata da uno youtuber, che l’ha presentata come il modo per dare ai ragazzi la solidità finanziaria che lui non aveva avuto. Cleo impiega quindici autori comici per rendere spiritose le battute con cui la sua chatbot deride i clienti spendaccioni. Il cliente ideale non è il disperato, è il povero puntuale.
Il Vecchio Monte di Pietà
Noi italiani questa storia l’abbiamo già scritta, e cinque secoli fa. Il Monte di Pietà nasce nel 1472 come monte di pietà, un’istituzione inventata dai frati per strappare i poveri agli strozzini: prestito su pegno, tasso calmierato, il banco piantato in piazza dove tutti potessero vederlo. L’usura veniva disinnescata rendendola visibile. Oggi abbiamo compiuto il giro completo: il pegno è il conto corrente, il banco è un’icona sullo schermo, il tasso non esiste perché è stato smontato in tre pezzi con nomi gentili, e in piazza non c’è più nessuno.
Manca soprattutto lei. Aljona Ivànovna, la vecchia usuraia di Delitto e castigo, era orribile ma aveva un corpo, una porta, un pianerottolo, un nome. Si poteva salire le scale, odiarla, e nella testa malata di Raskòl’nikov perfino ammazzarla, convincendosi di liberare il mondo da un pidocchio. Albert non ha collo. Non ti guarda mentre firmi, non ti disprezza, non ti aspetta sotto casa. Ti manda una notifica cordiale. E non vuole nemmeno la tua rovina, che sarebbe pur sempre un destino: vuole la tua regolarità.
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