Studi professionali in crisi di giovani e a rischio chiusura. Uno scenario futuro ma che è già emergenza presente per commercialisti, geometri e avvocati. In Italia, il 31% degli studi di commercialisti ammette apertamente di essere esposto alla mancanza di ricambio generazionale, mentre un altro 26% non ha ancora affrontato seriamente la questione. Complessivamente, il 58% si trova quindi in una posizione di potenziale vulnerabilità, secondo il barometro di Wolters Kluwer Tax and Accounting Italia.
In pratica, l’età dei professionisti continua a salire, mentre le giovani leve scarseggiano. E così, tra i commercialisti, oltre il 70% ha più di 50 anni, appena il 4% meno di 30. Tra gli avvocati, l’età media degli iscritti alla cassa è salita di oltre cinque anni nell’ultimo decennio, sfiorando la soglia dei 50. Idem per la categoria dei geometri, dove si rileva un’età media ampiamente superiore ai 50 anni, con una larghissima fetta di professionisti vicina all’età pensionabile e pochissimi under 35 pronti a rilevare i portafogli clienti e le quote degli studi associati. La situazione è così critica che la Cassa Geometri ha dovuto istituire dei bandi specifici di “Scambio Intergenerazionale e Tutoraggio”.
Insomma, i giovani mancano e anche quelli che si avvicinano a queste professioni spesso se ne vanno. Condizioni economiche poco competitive, carichi di lavoro eccessivi, percorsi di tirocinio lunghi e assenza di programmi di formazione strutturati sono tra le principali cause. «I giovani non rifiutano il lavoro; rifiutano un percorso che chiede moltissimo per molti anni prima di restituire soddisfazioni economiche e professionali adeguate», ammette Raffaele Di Capua, commercialista dello studio Di Capua e Partners.
Dietro la crisi generazionale si nasconde in realtà una crisi industriale del modello professionale. Lo studio medio italiano resta una microimpresa: il 58% degli studi di commercialisti conta fra uno e tre collaboratori fissi e oltre l’84% non supera le sei persone. Dimensioni ridotte che limitano capacità di investimento, innovazione tecnologica e possibilità di costruire percorsi di carriera abbastanza remunerativi da competere con aziende, banche, consulenza e grandi network professionali. E così, queste professioni rimangono sì solide in termini di redditività, ma fragili nel garantirsi una continuità. «Per attrarre i giovani – conclude Di Capua – servono vere prospettive di crescita, responsabilità e remunerazione».
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