Prima i tagli delle accise costati 2 miliardi, tenendo sotto controllo i conti pubblici, poi il meccanismo delle accise “mobili” attingendo dall’extragettito Iva. Tecnicismi a parte, c’è un fil rouge che cuce tra loro gli interventi contro il caro benzina attuati dal governo: quello di un’Italia che fa gioco di squadra e costruisce il proprio futuro in un contesto internazionale reso quantomai impervio dal conflitto in Ucraina, ormai vicino al suo quinto anno, e da una crisi in Medio Oriente che rischia di sfuggire di mano.
Pompe di benzina
Certo le difficoltà non mancano, avvicinare la pompa di benzina al serbatoio rimane infatti uno sforzo per molte famiglie e per la gran parte delle imprese, ma è indubbio che il price cap introdotto per primo da Eni e subito dopo da IP e Q8 abbia avuto un positivo effetto domino sulla rete dei distributori. Senza il price cap la situazione non potrebbe infatti che essere peggiore su strade e autostrade. Lo stesso vale sul fronte delle bollette, con la scossa al mercato data dalle offerte a prezzo bloccato dell’Enel, ancora una volta dell’Eni e di alcune multiutility come A2a o Iren per calmierare i costi di energia e gas. Le soluzioni sono diverse tra loro ma l’approccio appare il medesimo: allontanare il rischio di nuove tasse sui cosiddetti «extra» profitti, sì a lavorare insieme per il Paese e per dare una boccata d’ossigeno alle famiglie, così da sostenerne i consumi. Un pragmatismo basato sulla fiducia reciproca, quella che nei giorni scorsi ha spinto il presidente dell’Abi Antonio Patuelli a invocare il rispetto dell’accordo triennale già sottoscritto con il governo davanti a chi ipotizzava un ulteriore contributo da parte delle banche.
Regole certe e visione di lungo periodo
Perché l’Italia per crescere ha bisogno di regole certe e di visione di lungo periodo; necessita di una politica e di imprese che lavorino per il sistema Paese. A dimostrare che la ricetta funziona è una crescita del Pil che, seppur modesta (+1% il progresso atteso dal governo per quest’anno), è migliore di quella da prefisso telefonico a cui si è ridotta l’ex prima della classe Francia (+0,4% secondo l’Ocse). Che deve fare i conti anche con un prezzo della benzina ben più costoso, al punto che ormai sono i francesi a fare la spola da Mentone a Ventimiglia per rifornirsi. Ancora più ampio il divario con Grecia o Danimarca, dove l’aggravio alla pompa per un pieno di 50 litri può arrivare anche a 25 euro.
Positive anche le evidenze dell’Italia del fare sul fronte del lavoro; eliminare il tappo del Reddito di cittadinanza – con cui i Cinquestelle avevano permesso ai fannulloni di stare sul divano a spese degli altri contribuenti o magari di alimentare il sommerso – ha favorito l’aumento dell’occupazione fino ai massimi storici di 24,352 milioni di unità. Così come sul fronte dei cantieri del Pnrr, che ha visto nel Gruppo Fs il pivot per dare alla Penisola una rete di trasporti proiettata nel futuro, pronta per l’industria del turismo e per l’intermodalità nella logistica delle merci.
Le grandi opere
Le prossime sfide ora sono completare la Tav, realizzare il Ponte sullo Stretto e la diga foranea di Genova dove è impegnata Webuild, il principale general contractor del nostro Paese. La lista include poi riaccendere il nucleare con i mini-reattori, così da mettere al sicuro un fabbisogno energetico nazionale che le rinnovabili da sole non sono in grado di assicurare, soprattutto considerando la fame di kilowatt dell’intelligenza artificiale. Si tratta di un fattore centrale per la competitività del made in Italy, così come potenziare le Zes, le Zone economiche speciali con fiscalità di vantaggio per le imprese. Senza dimenticare di investire sulla Difesa, dove sono schierate in prima linea Leonardo e Fincantieri, e di dare al sistema industriale banche più forti così da competere alla pari nell’agone internazionale: da qui la ratio delle due scalate di Intesa Sanpaolo e Unicredit rispettivamente a Monte Paschi (mettendo in sicurezza il delicatissimo snodo Mediobanca-Generali) e a Commerzbank.
La Cgil
In sintesi, un’Italia liberale, ontologicamente contrapposta a quella dell’assistenzialismo di sinistra che sbraita nelle piazze, spesso supportata dagli scioperi della Cgil di Maurizio Landini. Un fronte, quello dell’opposizione, ancora convinto che a pagare debba essere sempre Pantalone; cioè lo Stato e quindi in prima battuta la classe media, quella su cui cade la gran parte del peso dell’Irpef e che spera la prossima legge di Bilancio porti con sé un fisco più leggero. Per il campo largo invece non c’è altra soluzione che ripetere in modo ossessivo il mantra della patrimoniale contro i paperoni, una sassata sul vetro della fiducia che farebbe scappare i capitali altrove, come è accaduto al Regno Unito. Per loro non c’è altra ricetta che sostituire il rischio d’impresa connaturato a qualsiasi attività all’abbraccio mortifero di una nuova Iri.
Cortocircuito ex Ilva
Emblematico il cortocircuito dell’ex Ilva di Taranto dove, sacrosanto diritto alla salute a parte, i dem prima si sono opposti a qualsiasi soluzione industriale che permettesse di mantenere accesi gli altoforni e ora invocano una cassa integrazione universale per salvare perlomeno 5mila dipendenti. Eppure, come insegnano i Malavoglia, quando la barca affonda con il carico di lupini Padron ’Ntoni non aspetta che lo Stato diventi la «Provvidenza»: il debito lo onora fino in fondo, a costo di perdere la casa del nespolo. Perché il conto del naufragio non scompare; se non lo paga chi ha rischiato, semplicemente lo paga qualcun altro.
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