Violare le sanzioni internazionali da oggi entra nel codice penale. Si rischiano fino a sei anni di galera e sanzioni decuplicate. Il decreto legislativo 30 dicembre 2025, numero 211, definisce «reati e sanzioni per la violazione delle misure restrittive dell’Unione». Che cosa rischia chi fa affari con Paesi oggetto di sanzioni? Oltre alla reclusione dell’imprenditore o del dipendente, l’azienda rischia una sanzione che va dall’1 al 5% del fatturato. E se non è possibile determinarlo si può arrivare fino a 40 milioni. Se una violazione è svolta da un dipendente o da un dirigente ma a vantaggio dell’azienda, è responsabile anche l’azienda. È un reato contro la personalità dello Stato che punisce universalmente l’italiano che lo commette all’estero.
Secondo il commercialista Francesco Zappia di Lexcelsior – Tax & Law Firm Group, questa misura «introduce un mutamento di paradigma fondato su tre assi: penalizzazione dell’organizzazione; economizzazione della sanzione; colpevolizzazione della negligenza strutturale». A chi sostiene che il carico di compliance sia già troppo oneroso, il professionista replica: «Basta con l’idea che la compliance sia un presidio tecnico, che il rischio sanzionatorio sia calcolabile e che l’errore non doloso sia fisiologico». Ma le sanzioni funzionano o no? «Sono efficaci se sono limitate nel tempo, hanno un perimetro molto circoscritto e sono in grado di far cambiare atteggiamento allo stato sanzionato», spiega Dario Gorji, avvocato esperto in Diritto del commercio internazionale. «Verso alcuni Paesi oggi abbiamo sostanzialmente delle sanzioni generalizzate e questo da una parte rende particolarmente ingessata l’economia sana europea, dall’altra induce il Paese sanzionato a eludere le misure restrittive approvvigionandosi in altri mercati al di fuori della Ue». «La sanzione ha un effetto proliferativo molto pericoloso, non colpisce di fatto solo il Paese sanzionato, anche il Paese confinante è sotto osservazione ai fini della normativa antiriciclaggio», sottolinea invece Massimo Ferracci, esperto di finanza internazionale e compliance.
La compliance
Se la compliance non è più un optional, è anche vero che le aziende che si sforzano di inseguire il dettato normativo non sono messe in condizione di essere competitive. «Non c’è un effetto premiante – insiste Ferracci – per l’azienda precisa e ordinata, con tutti i protocolli e le normative interne per adottare processi prudenziali di controllo». Anzi, chi vuole rispettare le regole si ritrova di fronte a una serie insormontabile di ostacoli e di ritardi. «Questo meccanismo danneggia più il Paese che sanziona più che quello sanzionato», è il ragionamento di Gorji. «Un’azienda che invece è mal gestita e non è sana elude allegramente gli obblighi di compliance e le sanzioni, ricorrendo a operazioni finanziarie cross border facili da attivare», insiste Ferracci, secondo cui le sanzioni hanno danneggiato soprattutto le aziende italiane: «Noi siamo grandi esportatori, un terzo del nostro Pil è solo export, l’interscambio commerciale con la Russia prima delle sanzioni era di 20 miliardi di euro».
Riciclaggio
Ecco perché secondo Ferracci «ai fini della normativa di riciclaggio ogni banca adotta i propri sistemi di rischio e di approccio, allargando o restringendo o rendendo più pervasive le stesse normative, se è disposta o meno al risk appetite». Molte aziende, non solo italiane, aprono conti all’estero, con banche dei Paesi dell’Est. Ma maggiore è la disintermediazione, maggiori sono i rischi. Oggi le banche sono sportelli anonimi, schermate di computer con profili di rischio non sempre corrispondenti al vero, senza un radicamento territoriale. L’imprenditore serio si adegua o rimane sul mercato domestico. Quello spregiudicato si rivolge a banche in Paesi fuori dall’Ue, come in Nord Europa o negli Usa, paradossalmente, si fa il conto a Cipro, a Malta o in Slovenia, va a Dubai, negli Emirati, in Turchia o a Singapore. Quanto ai cosiddetti «modelli organizzativi» previsti dalla legge 231 in tutti i Paesi dell’Unione europea ci sarà una armonizzazione, tutte le aziende dovranno nuovamente adeguarli a questa finestra sanzionatoria.
Certo, il mondo è cambiato da Bretton Woods. Si mettono fortificazioni e steccati a mercati già ingessati, se le leggi fiscali fossero eque perché evadere o fare il furbetto? «Oggi ci muoviamo in un mondo che da multilaterale è diventato selvaggio – è l’analisi dell’esperto di sanzioni Gorji – tutti sanzionano tutto, l’Unione europea, gli Stati Uniti, il Canada. Non c’è un’organicità. In teoria le uniche sanzioni legittime sarebbero quelle dell’Onu, un modello obsoleto per la presenza all’interno del Consiglio di Sicurezza di Stati che hanno diritto di veto per tutelare le proprie aree di interesse e di tutela». Abbiamo sanzioni unilaterali che ogni ordinamento assume autonomamente, disallineate l’una con l’altra. «Quindi tu hai una polverizzazione delle sanzioni e di soggetti che possono ignorare queste sanzioni, a volte controintuitive o contrapposte», ribadisce l’avvocato Gorji.
A macchia di leopardo
Quindi sanzioni globali, regole a macchia di leopardo, banche italiane tra le più rigide e imprese italiane costrette a riadeguare i meccanismi di compliance internidelle aziende. «È la fine della cosiddetta compliance cosmetica, è fondamentale la convergenza europea verso un modello in cui l’impresa è attore responsabile dell’ordine giuridico sovranazionale, non semplice destinatario di norme», dice a Moneta il revisore legale milanese Zappia, secondo cui «la compliance diventa finalmente reputazione, continuità, merito aziendale e accesso ai mercati».
Ma il sistema giudiziario italiano è pronto? È questo il vero punto di caduta, non indifferente: si rischia una nuova valanga di richieste giudiziarie. Perché siccome per alcuni reati in materia di sanzioni è sufficiente la colpa grave dell’azienda ed è prevista la procedibilità d’ufficio del pm, ci saranno aziende costrette a chiudere per un reato che non c’è, senza contare che alle restrizioni normative si aggiungono quelle tariffarie, i dazi con Paesi «amici». Più norme, più obblighi da parte delle imprese, più spese e più costi. E così l’Italia rischia di implodere di burocrazia.
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