L’Istat è una di quelle istituzioni che tutti conoscono, ma quasi nessuno sa ciò che fa davvero. Nell’immaginario comune è l’ente che misura il carrello della spesa e certifica l’inflazione. In realtà ogni mese produce numeri minuscoli – spesso semplici decimali – che possono cambiare il destino economico e politico del Paese. Perché oggi una statistica non fotografa soltanto la realtà: può anche determinarla. E a volte basta una semplice virgola per accendere o spegnere intere scelte di politica economica.
In questo senso c’è qualcosa di paradossale nella vicenda di quel misero 0,1% di deficit che rischia di complicare la vita economica e politica del nostro Paese. Il fatto: secondo i calcoli dell’Istituto guidato da Francesco Maria Chelli, nel 2025 il rapporto deficit/Pil si è fermato al 3,1%, vale a dire un decimale prima della fatidica soglia che avrebbe comportato l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione europea per disavanzi eccessivi. Nel Dpf-Documento programmatico di finanza pubblica, il Tesoro prevedeva di arrivare al 3% ma, secondo l’Istituto nazionale di statistica, l’obiettivo non è stato centrato.
Non parliamo di decine di miliardi artificialmente occultati nei conti pubblici, né di una crisi improvvisa della crescita. Parliamo di un decimale, 2 miliardi in tutto su un totale di 2.258 miliardi di Pil. Un numero minuscolo che però, nella rigida architettura delle regole europee, può fare la differenza tra uscire da una procedura d’infrazione o restarci dentro. Proprio per questo il tema non è tecnico, ma politico ed economico nel senso più pieno del termine. Perché oggi le statistiche non sono più un esercizio accademico, buono per una discussione tra economisti davanti al camino. Sono diventate interruttori di politica economica. Un decimale accende o spegne investimenti, consente o blocca programmi strategici, determina margini di bilancio. Può perfino influenzare la credibilità internazionale di un Paese.
Allora una domanda diventa inevitabile: quanto sono affidabili e aggiornati gli strumenti con cui queste statistiche vengono prodotte? Il sospetto – sollevato da tempo da economisti come Innocenzo Cipolletta e Sergio De Nardis e affrontato con competenza dal Foglio – è che il Pil italiano venga sistematicamente sottostimato nelle valutazioni preliminari dall’Istat. Non una volta, non occasionalmente: da oltre vent’anni le revisioni successive sono quasi sempre in miglioramento.
Ebbene, quando un errore statistico va sempre nella stessa direzione, non è più un errore, è un problema di metodo.
La questione è nota: l’economia italiana è sempre meno manifatturiera e sempre più economia dei servizi. Eppure gran parte dell’architettura statistica con cui viene misurato il fatturato complessivo continua a essere modellata su un mondo industriale che appartiene al secolo scorso. L’industria si misura facilmente perché la fabbrica lascia tracce contabili evidenti; i servizi molto meno, soprattutto quando si continua a osservarli con strumenti pensati per fabbriche e stabilimenti e non per i consumi diffusi. Nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente.
Oggi una parte crescente dell’economia passa attraverso pagamenti digitali, cellulari, piattaforme, microtransazioni e servizi immateriali. I dati esistono, sono tracciabili quasi in tempo reale e permetterebbero di costruire indicatori molto più precisi della domanda. Eppure l’impianto statistico continua a poggiare in larga misura su indagini tradizionali e modelli costruiti per un’economia analogica.
Il risultato è che il Pil preliminare tende a essere prudente fino alla sottostima, salvo poi essere corretto nei mesi successivi. Un problema apparentemente innocuo quando le statistiche servivano solo a fotografare il passato. Ma oggi non è più così. Oggi una stima provvisoria del Pil e del rapporto deficit/Pil attiva automaticamente meccanismi di politica economica, vincoli europei e limiti alla spesa. Nel caso specifico, quel famoso 3,1% mette in discussione l’uscita anticipata dalla procedura per deficit eccessivo, con effetti a catena su scelte strategiche come l’accesso ai programmi europei di finanziamento per la difesa. Il che in questo momento potrebbe non essere un problema per la maggioranza di governo, visto che in campagna elettorale l’acquisto di armi potrebbe alienare consensi. E tuttavia, il problema resta.
Ed è qui che la questione smette di essere tecnica e diventa istituzionale. Un ufficio statistico moderno non può limitarsi a difendere procedure costruite decenni fa come se fossero dogmi metodologici. L’Istat deve interrogarsi su quanto quelle procedure siano ancora adeguate a misurare un’economia profondamente cambiata. Il problema non è l’errore statistico, quello esisterà sempre; il problema è la sistematicità dell’errore. Se le revisioni vanno quasi sempre nella stessa direzione, significa che il modello iniziale non cattura correttamente la realtà economica. In qualunque altro Paese avanzato, una distorsione statistica ricorrente aprirebbe un dibattito pubblico tra istituti di statistica, accademia e istituzioni economiche. In Italia invece il tema resta confinato in qualche articolo specialistico, come fosse una questione marginale. Ma non lo è. Perché nel frattempo quelle stesse statistiche condizionano la politica economica, i vincoli di bilancio e le scelte strategiche del Paese.
La soluzione, dunque, non è cancellare l’Istat. L’istituto resta un pilastro fondamentale dell’infrastruttura economica italiana. Ma proprio per questo non può permettersi inerzie metodologiche. Quando il mondo cambia, anche la statistica deve cambiare. Se continuiamo a misurare l’economia del XXI Secolo con strumenti progettati per il Novecento, il rischio è chiaro: non è l’economia a essere sbagliata, è il termometro che non funziona più. E quando il termometro sbaglia sistematicamente la temperatura, prima o poi qualcuno deve avere il coraggio di cambiarlo.
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