La Germania vuole l’Europa soltanto quando coincide con la Germania. È questa la verità che riaffiora ogni volta che l’Unione entra in una crisi reale, di quelle che obbligano a scegliere tra solidarietà e interesse nazionale. Oggi accade sul fronte dell’energia, del Patto di stabilità e perfino dell’Unione bancaria. E ancora una volta Berlino recita la stessa parte: quella del custode rigorista delle regole comuni per gli altri e dell’interprete flessibile delle stesse regole quando in gioco ci sono i propri interessi strategici.
La richiesta avanzata da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti alla Commissione europea è molto più moderata di quanto venga raccontato dai sacerdoti dell’austerità. L’Italia chiede semplicemente di poter estendere all’emergenza energetica la Clausola di Salvaguardia già prevista per la difesa, ottenendo margini tra 5 e 9 miliardi per sostenere famiglie, imprese e sistema produttivo colpiti dall’impennata dei prezzi energetici aggravata dalla crisi mediorientale e dal blocco dello Stretto di Hormuz. Non si tratta di eurobond né di mutualizzazione del debito. È una richiesta di ossigeno temporaneo per evitare che l’industria europea perda ulteriore competitività rispetto a Stati Uniti e Cina.
Eppure da Berlino è arrivata immediatamente la risposta che l’Europa conosce da almeno trent’anni: nein. Il cancelliere Friedrich Merz ha riproposto il vecchio catechismo ordoliberale sugli «indebitamenti eccessivi», mentre il ministro delle Finanze olandese Eelco Heinen ha spiegato che «non può essere che ogni volta che c’è uno choc la risposta sia più debito». Parole che sarebbero persino rispettabili se provenissero da Paesi che hanno sempre applicato rigidamente le regole europee. Ma pronunciate dalla Germania assumono il sapore dell’ipocrisia storica.
Perché la Germania che oggi impartisce lezioni di disciplina fiscale è la stessa che nel 2003 violò il Patto di Stabilità insieme alla Francia senza subirne le conseguenze. È la stessa che per anni ha accumulato giganteschi surplus commerciali, violando lo spirito delle regole europee sugli squilibri macroeconomici. È la stessa che durante la pandemia ha potuto mobilitare aiuti di Stato enormemente superiori a quelli degli altri partner grazie alla propria forza fiscale. E oggi può finanziare un fondo nazionale da 788 miliardi per infrastrutture e transizione (oltre a 100 miliardi per la difesa) senza che nessuno a Bruxelles osi fiatare.
Ma il punto non è solo economico. È anzitutto politico. La Germania non vuole un’Europa federale. Vuole un’Europa gerarchica. Vuole un mercato unico che assorba la sua produzione industriale, una moneta che protegga il suo export e regole fiscali che impediscano agli altri di usare la leva pubblica per recuperare competitività. Tutto il resto – solidarietà, integrazione, coesione – vale soltanto fino a quando coincide con l’interesse nazionale tedesco.
Questa doppiezza emerge ancora più chiaramente nella vicenda Unicredit-Commerzbank. Da vent’anni Berlino predica l’Unione bancaria, il consolidamento europeo del credito e il mercato unico dei capitali. Poi però accade che una banca italiana tenti davvero un’integrazione strategica con Commerzbank e improvvisamente il grande europeismo tedesco evapora. A Berlino il clima politico attorno all’operazione è diventato talmente ostile da rendere praticabile il progetto solo con la forza del controllo azionario. Ed ecco riaffiorare gli argomenti da paesello: bisogna «difendere» Commerzbank, evitare «ingerenze straniere», proteggere un presidio nazionale. Come se una banca italiana fosse un predatore ostile e non un soggetto pienamente europeo dentro il mercato unico.
Qui cade definitivamente la maschera del moralismo tedesco. Perché quando Berlino detta austerità agli altri, allora l’Europa deve essere una sovranità condivisa dove tutti rispettano le regole comuni. Quando invece una banca italiana prova a costruire davvero un campione continentale, la Germania riscopre improvvisamente il nazionalismo economico più tradizionale. Eppure Andrea Orcel ha trasformato Unicredit in uno degli istituti più dinamici e redditizi d’Europa, dimostrando un rispetto irreprensibile per l’autonomia della banca tedesca che già possiede, la HypoVereinsBank.
Il problema dunque non è industriale né finanziario. Il problema è politico. Berlino non vuole perdere centralità nel sistema bancario europeo. E così l’Unione bancaria resta bloccata proprio a causa delle resistenze tedesche, mentre l’Europa continua a presentarsi come una costruzione monetaria incompleta.
Mario Draghi lo ha spiegato con chiarezza: senza mercato unico dei capitali, senza unione bancaria, senza debito comune e senza una capacità fiscale condivisa, l’Europa è destinata al declino geopolitico. Gli Stati Uniti finanziano massicciamente la loro industria. La Cina pianifica strategicamente interi settori produttivi. Perfino Emmanuel Macron, probabilmente a causa delle difficoltà che registra l’economia francese, spinge apertamente per una politica industriale europea più aggressiva. Solo Berlino continua a difendere regole costruite per il mondo degli anni Novanta.
Per questo andrebbe finalmente rovesciata una delle più grandi ipocrisie del dibattito europeo. Non è anti-europeo chi critica questa Europa asimmetrica. I veri europeisti oggi sono proprio quelli che chiedono più integrazione reale: politica energetica comune, mercato bancario unico, debito condiviso, investimenti comuni. I veri nazionalisti sono invece quelli che usano l’Europa quando serve ai propri interessi e tornano sovranisti appena qualcun altro prova a giocare la stessa partita.
La domanda ormai è inevitabile: Berlino vuole davvero costruire un’Europa più unita oppure soltanto un’Europa più tedesca? Perché le due cose, ormai, non coincidono più.
Leggi anche:
1. Idrogeno verde troppo caro, la Germania fa dietrofront
2. Industria a pezzi col green, Germania beffata: “Non basta, obiettivi clima a rischio”
© Riproduzione riservata