Sotto l’ombrellone il mercato è un gelato: se tremi, si scioglie. Ma l’Italia stavolta ha il frigo a prova di bomba.
Benvenuti nel solito, stanco teatro dell’agosto finanziario. Mentre voi siete lì, a combattere con la sabbia nel costume e a chiedervi se il terzo spritz sia un investimento etico, i terminali di Bloomberg iniziano a lampeggiare rosso sangue. Si parla di Hormuz, di venti di guerra, di petrolio che danza sui nervi del mondo e di Wall Street che, puntuale come una multa al rientro dalle ferie, decide di prendersi la sua pausa di riflessione.
Il copione è sempre lo stesso: il «piccolo risparmiatore» – quella figura mitologica che a metà agosto ha la soglia di attenzione di una medusa – inizia a sudare freddo. E qui scatta il trucco. Perché, vedete, il mercato azionario non è una lotteria, anche se molti lo usano per giocarci i numeri del ritardatario. È, piuttosto, una gigantesca macchina della verità che premia chi ha il fegato di restare seduto mentre gli altri corrono verso l’uscita inciampando nelle infradito.
La storia della finanza è lastricata di geni che hanno perso le mutande e di folli che hanno costruito imperi sulle macerie. Pensate a Jesse Livermore, il «Grande Orso» di Wall Street. Nel 1929, mentre il mondo crollava e la gente si lanciava dalle finestre, lui portava a casa 100 milioni di dollari scommettendo contro tutti. Ma sapete come finì? Qualche anno dopo era sul lastrico. Perché? Perché aveva confuso la speculazione con la divinazione. Al contrario, gente come Sir John Templeton, durante l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, comprò ogni singola azione quotata sotto il dollaro. Tutti dicevano che il mondo stava finendo; lui rispose che il mondo ricomincia sempre. E vinse.
Il punto è che oggi, tra un tuffo e un fritto misto, dovremmo guardare alle nostre tasche con la stessa lucidità. Ci dicono che agosto e settembre sono mesi «deboli». Certo, fa parte del ciclo naturale: dopo aver toccato i massimi storici, i grandi squali incassano per pagarsi lo yacht a Saint-Tropez. Si chiama «presa di beneficio». Se voi vendete ora, presi dal panico, state solo pagando il carburante a loro.
E poi c’è la grande sorpresa, quella che fa schiumare di rabbia i soliti profeti di sventura col dolcevita d’ordinanza: l’Italia. Sì, proprio questa Italia bistrattata. Mentre a Parigi e Berlino giocano a chi ha il «governicchio» più instabile, con Macron che insegue fantasmi e la Germania che sembra un motore diesel ingolfato, Piazza Affari ha dato lezioni a tutti. Nell’ultimo anno abbiamo staccato Wall Street di 10 punti percentuali. Avete capito bene: Milano batte New York 1 a 0, e non per fortuna.
La verità, per quanto possa suonare anticonformista, è che la stabilità paga. Il governo Meloni, piaccia o meno, sta per diventare uno dei più duraturi della storia repubblicana. E i mercati, che sono allergici alle sorprese quanto un gatto all’acqua, hanno iniziato a fidarsi. Le agenzie di rating, che solitamente ci guardano come fossimo il cugino povero che chiede prestiti, ci hanno promosso. I Btp sono tornati a essere il rifugio di chi non vuole passare la notte a guardare i grafici, ma vuole una garanzia che superi la durata di un’estate.
Quindi, cari vacanzieri, smettetela di guardare Hormuz come se fosse la fine del mondo. La difesa europea crescerà, l’energia si riassesterà e le banche italiane sono solide come il cemento armato (quello buono, di una volta). Il mercato non è un nemico, è uno specchio: se ci vedi un mostro, è perché hai paura della tua stessa ombra.
L’Italia oggi non è un castello di carte che crolla al primo soffio di vento speculativo. È un Paese diversificato, resiliente e, finalmente, noioso per quanto riguarda la stabilità politica. E in Borsa, ricordatelo, la noia è il miglior dividendo possibile.
Godetevi il sole. Gli squali banchettano con la paura, non fatevi trovare nel menù. Se proprio dovete scommettere su qualcosa, scommettete sulla vostra capacità di restare calmi. Perché alla fine, mentre i professionisti della speculazione giocano al saliscendi, la vera ricchezza è di chi sa aspettare che la marea torni a salire. E la marea, statene certi, sale sempre per chi non ha fretta di scendere dalla barca.
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