C’è una patologia tutta italiana che si manifesta puntualmente a ogni grande evento: l’abilità di sabotare le opportunità prima ancora che producano risultati. Qui non si investe: si spreca. Non si costruisce: si devasta. Non si programma: si regalano soldi a qualcuno. Milano-Cortina 2026 non fa eccezione. Le critiche piovono da ogni lato – ambientalisti professionali, politici a corto di argomenti, comitati civici sempre pronti a dire no – e hanno tutte lo stesso difetto strutturale: non guardano oltre il disagio immediato. Cantieri, traffico, rumore. Fine del ragionamento. Come se un grande evento globale potesse materializzarsi senza attriti, come se lo sviluppo fosse un servizio a domicilio gratis, silenzioso e invisibile.
I numeri, però, non sono un’opinione. Milano-Cortina genera un impatto economico stimato attorno a 6 miliardi di euro. Investimenti, turismo, occupazione, indotto. Decine di migliaia di posti di lavoro reali, non slogan. Eppure il dibattito pubblico continua a parlare di «costi fuori controllo» senza mai azzardare un confronto internazionale. Forse perché il confronto smonta la narrazione: Sochi 2014 è costata 50 miliardi di dollari, Pechino 2022 oltre 38 miliardi. Milano-Cortina? Nemmeno 6 miliardi di euro, comprensivi dello choc inflazionistico del biennio 2022-’23. Parlare di disastro finanziario è semplicemente falso. Non è un’opinione: è falso.
A dirlo non è il governo, non la maggioranza, ma Standard & Poor’s, che colloca il costo dei Giochi allo 0,3% del Pil e non individua rischi sistemici per la finanza pubblica. Anzi, inferiori a quelli di Expo 2015. Ma questo dato, guarda caso, sparisce dal racconto catastrofista. Perché rovina la trama.
Già, Expo. Anche allora era tutto uno strillare: sprechi, malaffare, cattedrali nel deserto, indagini della magistratura milanese. Risultato? Oltre 20 milioni di visitatori, riposizionamento internazionale di Milano, infrastrutture accelerate, un’area rigenerata che oggi è uno dei motori più dinamici del Paese e indagini dei pm finite nel nulla o quasi. Chi sbagliava allora oggi tace. In Italia funziona così: non si chiede mai scusa al futuro.
È lo stesso riflesso che oggi paralizza Milano sul fronte urbanistico, meno visibile, ma altrettanto tossico: una legalità di maniera che, invece di fare chiarezza, produce immobilismo. L’inchiesta sul nuovo assetto della città — costruita su presupposti assai discutibili e già ridimensionata da gradi di giudizio superiori – ha ottenuto un solo risultato concreto: bloccare progetti importanti, congelare investimenti, alimentare incertezza. Non ha reso Milano più trasparente, né più onesta. L’ha solo resa più lenta. In nessuna grande capitale europea la pianificazione urbana è ostaggio permanente del sospetto penale. Qui sì. E poi ci si stupisce se crescere diventa un atto di coraggio.
Va inoltre osservato che le Olimpiadi non sono solo sport. Sono soft power, diplomazia economica, attrattività. In un mondo che si frammenta, ospitare un evento che mette insieme decine di Paesi su sicurezza, trasporti, media, investimenti non è folklore: è politica industriale. Ma questo richiederebbe una visione che va oltre il comitato di quartiere. Sì, i disagi ci sono e ci saranno. A Milano, a Cortina, ovunque. È inevitabile. Ma sono temporanei. Le infrastrutture restano. I collegamenti migliorano. Le città saranno più accessibili, più competitive, più visibili. Il problema non è il disagio: è l’idea infantile che ogni cambiamento debba produrre benefici immediati, personali e senza costi.
Sul fronte ambientale, la critica è legittima solo se non è ideologica. Milano-Cortina punta, più di molte edizioni precedenti, su impianti esistenti, riqualificazione, riduzione del consumo di suolo. Non è il paradiso verde, ma è un progresso concreto. E soprattutto è un test: se anche questo non va bene, allora diciamolo chiaramente, l’Italia ha deciso di rinunciare a competere.
Poi ci sono le polemiche sugli sponsor, sulla sicurezza, sulle presenze “scomode”. Moralismo selettivo allo stato puro. Si pretendono eventi globali immacolati in un mondo che immacolato non è. Le Olimpiadi non risolvono i problemi del pianeta, ma nemmeno li creano. Semmai li mettono sotto i riflettori. Ed è questo che dà fastidio a tutti i frondisti del no. Il punto vero è un altro, ma pochi hanno il coraggio di ammetterlo: c’è una parte del Paese che rifiuta la crescita. Una parte che per ideologia o partito preso diffida dell’investimento, detesta l’ambizione, preferisce l’amministrazione dell’esistente al rischio del progetto. È una posizione legittima. Ma, per cortesia, non venga spacciata per difesa dell’interesse collettivo.
Milano-Cortina 2026 è un esame di maturità. Non solo organizzativo, ma culturale. Serve a capire se l’Italia vuole ancora stare nel gioco o se preferisce restare sugli spalti, commentando tutto con aria superiore. I disagi passeranno. I benefici, se gestiti con intelligenza, resteranno. Il resto è rumore. E come sempre, sparirà.
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