Tra il dire e il fare da sempre c’è di mezzo il mare, come recita il noto proverbio, ma Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, nell’imporre il piano di decarbonizzazione del settore automotive, continua a dare importanza solo alle enunciazioni. E il resto, cioè la fattibilità, la reazione dei cittadini e la messa in pratica? I risultati si toccano con mano: automotive in crisi profonda, posti di lavoro che saltano, massima confusione e competitività con i concorrenti cinesi in forte sofferenza. È vero che sul diktat del “tutto e solo elettrico” dal 2035 è stato fatto un passo indietro. Ma si tratta di un misero contentino con in aggiunta qualche spiraglio di discussione. Se però si analizza a fondo l’impostazione delle proposte, ecco emergere il bluff.
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Spunta, a tal proposito, la questione dell’obbligo a utilizzare in modo importante l’acciaio verde. E anche qui il “dire” primeggia rispetto al “fare”. Le case automobilistiche, infatti, secondo le proposte della Commissione all’esame ora di Consiglio Ue ed Europarlamento, saranno chiamate a rispettare non più il totale abbattimento (100%) delle emissioni di CO2 allo scarico, ma “solo” il 90%. E così il restante 10% dovrà essere compensato dall’utilizzo di acciaio verde (7%), mentre le briciole (3%) riguarderanno il via libera a bio e carburanti sintetici. E considerando sempre e ingiustamente le emissioni dei veicoli solo allo scarico, ecco che l’elettrico sarà comunque sempre centrale. Altro che piano automotive rivoluzionato come è stato fatto da subito intendere. Altro che apertura piena alla neutralità tecnologica. L’acciaio verde su cui punta dame Ursula viene infatti prodotto grazie al costosissimo idrogeno verde con il risultato che i listini delle auto saranno sempre più salati.
Insomma, a Bruxelles si sta facendo di tutto per trasformare la mobilità su quattro ruote in un lusso a scapito di chi opera a monte: il sistema industriale nel complesso. Per non parlare del progressivo invecchiamento del circolante. E tutto questo in nome dell’ideologia green.
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Il caro prezzi finirebbe inevitabilmente per favorire ancora di più i costruttori asiatici e anche americani che continuano a ricorrere ai processi siderurgici comuni e, quindi, più economici. Ecco perché iniziative come l’imposizione dell’acciaio verde devono prima di tutto essere rese sostenibili: i passaggi fondamentali nella fase di studio vengono invece sistematicamente saltati, optando subito e avventatamente sull’annuncio e la messa in atto. Questa strategia fa notizia e porta al consenso da parte delle potenti lobby ambientaliste. Lo si è visto con l’obbligo del “tutto e solo elettrico”, una lezione che però non è servita. La produzione ottimale di acciaio verde, tra l’altro, comporta elevati consumi di energia elettrica. Un problema che va a sovrapporsi ad altri.
Andrea Redaelli, presidente di Unisa, Unione italiana stampatori acciaio, dice: «Ogni volta che si parla di maxi investimenti da parte delle acciaierie, chi pagherà? Il consumatore finale, sempre che si definisca in modo chiaro cosa si intende per green steel. C’è molta confusione a proposito. Tutta la catena di approvvigionamento e fornitura ne subirà le conseguenze. Il raggiungimento di determinati obiettivi, infatti, impone enormi investimenti. Al momento, non è possibile stabilire il valore dell’ulteriore aumento dell’acciaio, comunque inevitabile, al quale si andrà incontro con il green steel». Il settore automotive è annoverato tra i principali utilizzatori di acciaio e l’utilizzo maldestro di filiere, come appunto quella dell’acciaio, rischia di far piombare il Vecchio continente dal sogno green alla desertificazione industriale.
«Il 60% dell’acciaio europeo si produce ancora con carbone – così il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ospite di Sergio Luciano a Conti in tasca – e con la fine delle quote gratuite di CO2 molti altiforni chiuderanno. L’Italia è un’eccezione virtuosa perché produce il 90% dell’acciaio con forni elettrici, ma resta un limite: con i forni elettrici non si fa l’acciaio da profondo stampaggio, quello per le carrozzerie. Se chiudono gli altiforni europei, lo importiamo da Cina, Giappone e Corea. Sarebbe un colpo devastante per il settore automotive europeo. L’idrogeno verde, poi, è troppo costoso e gli elettrolizzatori hanno un rendimento del 50%. Tutti i progetti siderurgici all’idrogeno, nonostante i sussidi, sono fermi in quanto i conti non tornano».
In sintesi, l’acciaio verde viene prodotto riducendo drasticamente le emissioni di CO2 tramite idrogeno verde o riciclo, offrendo una soluzione sostenibile per decarbonizzare l’industria siderurgica. I principali pro includono l’abbattimento quasi totale delle emissioni fossili e la circolarità del processo. Inoltre, l’acciaio è riciclabile all’infinito e l’uso di forni elettrici con rottami ferrosi riduce l’impronta di carbonio. I contro riguardano gli alti costi di produzione, l’elevato consumo energetico e la necessità di nuove infrastrutture. Sebbene l’acciaio verde rappresenti il futuro della siderurgia, la sua adozione su larga scala deve superare barriere economiche e infrastrutturali significative. Per la serie, molto cara alla presidente Von der Leyen: dal dire al fare…
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