La crisi della Lehman Brothers provocò un infarto finanziario mondiale. Ma cosa succederebbe se la prossima grande crisi arrivasse dalla Cina? In questo caso allo choc finanziario potrebbe aggiungersene uno produttivo, capace di paralizzare alcune filiere industriali occidentali. Pechino, che vive di esportazioni, è ormai cruciale per molte produzioni. In Occidente tante aziende rischierebbero di fermarsi in settori chiave come l’automotive, la meccanica, l’elettronica e la chimica, qualora la crisi compromettesse la capacità delle fabbriche cinesi di continuare a rifornire i mercati internazionali. Lo stop dell’economia reale finirebbe a sua volta per tradursi in uno choc finanziario. Potrebbero sembrare previsioni apocalittiche. Ma alcuni elementi di preoccupazione ci sono.
La gran parte degli organismi internazionali vede un rallentamento progressivo del Paese guidato da Xi Jinping: la crescita economica è scesa al 4,3% nel secondo trimestre, al di sotto dell’obiettivo ufficiale per l’intero anno dal 4,5 al 5%, a causa di un indebolimento delle vendite al dettaglio e di un forte calo degli investimenti immobiliari. L’Fmi a febbraio stimava una crescita in discesa al 4% nel 2027, fino ad arrivare al 3,4% nel 2030. Qualcuno potrebbe obiettare che sono tassi di crescita invidiabili per tutti i Paesi europei. Il fatto è che potrebbero rivelarsi insufficienti per un Paese che ha un debito pubblico esplosivo, del quale ancora si fa fatica a identificare i confini. Morgan Stanley prevede che arriverà al 122% del Pil già quest’anno, ma si tratta pur sempre di stime che potrebbero non considerare del tutto l’enorme debito accumulato dalle amministrazioni locali e dalle società da esse controllate. Sempre per l’Fmi, entro il 2030 il rapporto tra debito e Pil potrebbe raggiungere il 153,7%. Gli interessi sul debito, quest’anno a quota 209 miliardi di dollari, impattano per il 19,2% sul bilancio pubblico. E l’incidenza è in crescita.
Il guaio è che la crisi del mattone si ripercuote sulle casse asfittiche degli enti locali, che per decenni hanno fatto affidamento sugli incassi derivanti dalle concessioni. Una macchina che si è inceppata con la crisi immobiliare esplosa nel 2021, di cui il dissesto di Evergrande è diventato il simbolo. Motivo per cui lo Stato centrale continua a intervenire per sostenere le amministrazioni locali: di recente, Pechino ha mobilitato altri 550 miliardi di yuan di capacità di indebitamento pubblico inutilizzata, destinandone 300 miliardi proprio al funzionamento degli enti locali. Lo scorso mese ha elargito sussidi per pagare gli interessi ipotecari, mentre sono stati intensificati i prelievi fiscale dai cittadini più ricchi.
Sono comunque mosse limitate rispetto all’enorme spesa che il Paese mobilita ogni anno per sostenere investimenti e imprese: se da una parte detiene posizioni di leadership tecnologica (si veda l’AI) e ha un peso geopolitico crescente, la maggior parte dei cittadini dell’ex Celeste Impero vive ben lontano dall’abbondanza. Basti pensare che in Italia, non certo un Paese di salari elevati, il Pil pro capite in dollari correnti è circa tre volte quello cinese.
Da tempo il Partito comunista cinese cerca di spingere i consumi. Non è più possibile, in un mondo che si fa più protezionista, continuare a basare la crescita solo sulle esportazioni. Perciò si prova a incrementare la domanda interna con iniziative anche singolari. Per esempio la Golden Week, una settimana di festività che permette ai lavoratori di viaggiare, attraverso un sistema che prevede anche il recupero di alcune giornate nei weekend. Quest’anno i risultati hanno mostrato segnali di debolezza: la spesa media per viaggio interno è scesa dell’1,9%, mentre gli incassi cinematografici sono crollati del 36,6%. Cattivi segnali, a cui si aggiungono pensieri su declino demografico e scenari di guerra in Medio Oriente e Ucraina. Il primo Paese esportatore al mondo ha bisogno che nei suoi mercati principali, Stati Uniti e Ue, l’economia rimanga florida, perché è proprio lì che le merci trovano sbocco.
Il fatto è che le pressioni inflazionistiche rischiano di erodere i consumi e ritorcersi contro la stessa Cina. Una minaccia per l’export di una manifattura che produce troppo rispetto alla capacità di assorbimento del mercato interno.
Il Paese è sul filo: un sondaggio Reuters indica che i prezzi delle case scenderanno del 3,4% nel 2026. Il settore immobiliare ha conosciuto un crollo degli investimenti di quasi il 20% nei primi otto mesi e del 12,1% nelle superfici vendute. L’inflazione è bassa, allo 0,8% ad agosto, un segnale della debolezza dei prezzi che, limitando la crescita nominale del Pil, rende più difficile sostenere il debito. Un mix che mette Pechino su un pericoloso piano inclinato.
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