C’è un momento in cui l’eccellente gestione dell’emergenza deve cedere il passo alla pianificazione del futuro. Per il centrodestra, alla guida di un’Italia tornata stabile e credibile sui mercati, quel momento è arrivato. Finora l’azione economica dell’esecutivo è stata segnata da un pragmatico realismo: mettere in sicurezza i conti, rimediare ai disastri ereditati e proteggere il perimetro industriale nazionale. Un lavoro spesso silenzioso che ha restituito solidità al sistema-Paese. Oggi, però, la sfida cambia. Non basta custodire e risanare: occorre definire una vera dottrina industriale e tecnologica, capace di offrire ai campioni nazionali una direzione strategica. Ed è proprio qui che si avverte un deficit di visione che rischia di lasciare i nostri giganti industriali senza una chiara collocazione nel mondo che verrà.
I numeri
I mercati internazionali hanno colto questo cambio di passo. Come ha ricordato Giancarlo Giorgetti, dal 2024 a oggi l’Italia ha ottenuto sette miglioramenti complessivi tra upgrade del rating e revisioni positive dell’outlook da parte delle principali agenzie internazionali. Un risultato che testimonia la ritrovata credibilità del Paese e che costituisce il terreno su cui è cresciuto il valore delle grandi partecipate.
La centralità del patrimonio pubblico è certificata dai numeri del report CoMar. Al 1° luglio 2026 la capitalizzazione delle quindici società quotate nelle quali il Mef ha una partecipazione rilevante ha raggiunto 394,8 miliardi di euro, pari al 34,1% dell’intero listino di Piazza Affari. Nel solo primo semestre il loro valore è cresciuto di 84,4 miliardi (+28,5%), a fronte del +10,1% registrato dall’indice generale. A guidare questa classifica della ricchezza nazionale sono Enel (vale in Borsa 101,6 miliardi), Eni (62 miliardi), StM (59,2 miliardi), Poste Italiane (37,1 miliardi), Mps (32,8 miliardi), Leonardo (27,3 miliardi), Snam (20,9 miliardi) e Terna (20,4 miliardi). Le performance migliori, secondo l’Osservatorio Finanziario di Massimo Rossi, sono quelle di StM (+189%), Saipem (+80,5%) e Poste (+32,5%). Non sono soltanto numeri: raccontano la vitalità di un sistema industriale che continua ad attrarre capitali e a competere sui mercati globali. Un tesoro che attende ancora il suo colpo d’ala.

Il metodo Giorgetti
Il successo, del resto, era tutt’altro che scontato. Lo Stato azionista, sotto la guida del ministro dell’Economia, ha smesso i panni del liquidatore distratto. Il “metodo Giorgetti” ha coniugato risanamento dei conti e valorizzazione degli asset strategici. Il caso Mps è emblematico: per anni simbolo di dissesto e cattiva politica, oggi la banca senese è tornata fra le principali quotate italiane, con una capitalizzazione che a luglio è cresciuta fino a superare 35 miliardi. La sua privatizzazione progressiva (al Tesoro resta il 4,8%) non è una ritirata, ma un’operazione di valorizzazione del patrimonio pubblico. Lo stesso pragmatismo ha guidato il dossier Ita-Lufthansa, dimostrando che si può fare politica industriale attraverso partnership internazionali senza rinunciare all’interesse nazionale.
Oltre la burocrazia
Ed è qui che si apre la partita dei prossimi anni. La sfida del governo è non confondere l’indirizzo strategico con la gestione amministrativa. Il Dipartimento dell’Economia del Mef, guidato da Francesco Soro, ha rimesso ordine nella governance e nei patti parasociali delle partecipate statali. Ma Soro, per natura dell’incarico, ha le mani legate. Il suo dipartimento agisce come custode delle regole e del valore azionario pubblico. Deve far quadrare i bilanci e garantire la corretta gestione delle partecipazioni: non ha il mandato politico per costruire una strategia industriale nazionale. Soro non può convocare Enel, Eni, Leonardo e Fincantieri attorno a un tavolo per definire gli obiettivi geopolitici del Paese. Queste aziende rispondono ai mercati e operano secondo le regole delle società quotate. Il risultato è che lo Stato rischia di comportarsi come un eccellente investitore finanziario, senza però esercitare pienamente il proprio ruolo strategico.
Il limite, dunque, non risiede nella macchina di via XX Settembre, ma nella difficoltà di integrare la gestione del Mef con l’indirizzo dei ministeri politici competenti. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy di Adolfo Urso è impegnato nella tutela delle filiere produttive e nei grandi dossier industriali; il ministero dell’Ambiente di Gilberto Pichetto Fratin è chiamato a governare la transizione energetica; il ministero della Difesa di Guido Crosetto interpreta la sicurezza nazionale in uno scenario geopolitico sempre più complesso. Nessuno di questi ministeri è inattivo. Al contrario, ciascuno opera con intensità nel proprio ambito. Ciò che manca è una cinghia di trasmissione politica, una sede in cui queste competenze possano essere ricondotte a un disegno unitario. Perché Eni, Enel, Leonardo e Fincantieri non sono semplicemente società quotate: sono strumenti di proiezione nazionale. E senza un coordinamento superiore, il valore creato dal Mef rischia di rimanere una straordinaria riserva finanziaria, anziché diventare il motore di una nuova stagione di sovranità economica e tecnologica.
L’anacronismo deI Dem
Su questo terreno emerge la distanza con la sinistra. Il Partito Democratico continua a proporre formule che sanno di archeologia amministrativa. L’idea di una nuova Agenzia per le Partecipazioni Pubbliche, con Invitalia e Cassa Depositi e Prestiti chiamate a orientare investimenti e rischi, richiama una versione aggiornata dell’Iri.
Dietro la retorica della politica mission-oriented riaffiora una tentazione dirigista incompatibile sia con le regole europee sia con le esigenze di aziende che competono ogni giorno sui mercati internazionali. Imprese quotate non possono trasformarsi in ammortizzatori sociali o in strumenti della politica.
La terza via
La soluzione non è il ritorno al dirigismo. Lo Stato non deve farsi gestore né soccorritore di aziende decotte. Deve invece indicare una rotta, individuare gli interessi strategici da difendere e offrire ai propri campioni uno scudo geopolitico. Il governo ha dimostrato di saper mettere in sicurezza la flotta pubblica. Ora che queste aziende valgono più di un terzo della nostra Borsa, è arrivato il momento del colpo d’ala. Una nazione che possiede campioni industriali di questa portata non può limitarsi a incassarne i dividendi: deve decidere quale posto vuole occupare nel mondo di domani.
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