C’è chi lascia per vocazione, chi per ambizione, chi per strategia. E poi c’è chi lascia accendendo il risiko. L’addio di François Villeroy de Galhau alla guida della Banca di Francia, 11 anni dopo l’insediamento e con tre anni d’anticipo sulla scadenza naturale del mandato, appartiene a quest’ultima categoria. Ufficialmente, il governatore ha scelto di dedicarsi a una fondazione per giovani in difficoltà.
Ufficiosamente, sarebbe già proiettato verso la direzione generale del Fondo Monetario Internazionale.
In ogni caso, la sua uscita apre a una partita più importante: perché Villeroy non era solo il numero uno della Banca centrale francese, ma uno degli uomini più ascoltati nel consiglio direttivo della Bce.
Il nome in pole per raccoglierne l’eredità è quello di Emmanuel Moulin, attuale segretario generale dell’Eliseo. Ena, Tesoro, ministero dell’Economia, un passaggio tra Eurotunnel e Mediobanca: il suo curriculum è un manuale di alta amministrazione francese. Soprattutto, Moulin è una vecchia conoscenza di Christine Lagarde, con cui ha lavorato ai tempi di Bercy. Ma la corsa è tutt’altro che chiusa. Tra i candidati forti figura anche Benoît Cœuré, oggi presidente dell’Antitrust francese ed ex membro del board esecutivo della Bce.
In gioco non c’è solo una poltrona nazionale: c’è l’equilibrio tra falchi e colombe, tra Nord e Sud, tra continuità e svolta. Perché il vero terremoto arriverà entro l’ottobre 2027, quando quattro dei sei seggi del comitato esecutivo della Bce diventeranno vacanti, a partire dal vicepresidente Luis de Guindos (il cui mandato terminerà a maggio 2026). Poi usciranno di scena anche Lagarde, il capo economista e altri membri chiave. Dietro le quinte, dunque, è già iniziata la corsa alla presidenza dell’Eurotower. Tra i papabili circolano i nomi di Klaas Knot, dell’attuale presidente della Bundesbank Joachim Nagel e dello spagnolo Pablo Hernández de Cos, oggi alla Bri. La Germania non ha mai espresso un presidente Bce; la Spagna nemmeno. E una regola non scritta vuole che nessun Paese accumuli troppo potere nel board. Sul tavolo pesano poi le richieste dei Paesi dell’Est, che chiedono maggiore rappresentanza.
Sullo sfondo incombe l’incognita politica francese: una vittoria dell’estrema destra nel 2027 potrebbe rendere più complesso il mosaico delle alleanze. La nomina del successore di Villeroy, considerato una colomba, tocca al presidente. Per Macron si tratta di un regalo inaspettato: non potendo essere rieletto per un terzo mandato, avrebbe dovuto cedere la scelta del nuovo numero uno della Banca di Francia al prossimo inquilino dell’Eliseo e invece ha l’occasione di lasciare un’ultima impronta sul futuro del Paese.
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