Nel discorso sullo Stato dell’Unione, Donald Trump ha rilanciato la strategia dei dazi globali, presentandola come più «complessa ma probabilmente migliore» rispetto al passato e in grado di produrre «una soluzione ancora più efficace». Il tutto dopo che la Corte Suprema ha annullato gran parte delle tariffe fin qui imposte dalla sua amministrazione, definendo illegittimo il ricorso ad alcuni strumenti emergenziali.
Trump ha parlato di decisione «infelice, deludente e totalmente sbagliata», pur evitando toni apertamente conflittuali nei confronti dei quattro giudici presenti in aula – tre dei quali avevano votato contro di lui. «I nostri dazi stavano tirando fuori denaro dai Paesi che ci hanno sempre fregato», ha rivendicato, assicurando che le nuove misure «rimarranno in vigore in base a status giuridici alternativi pienamente approvati e testati per molto tempo».
Partita articolata
Sul piano tecnico, però, la partita è più articolata di quanto lasci intendere la Casa Bianca. Per introdurre una tariffa globale del 10% – destinata nelle intenzioni del presidente a salire al 15% – l’amministrazione ha fatto ricorso alla Sezione 122 di una legge commerciale che consente interventi temporanei in caso di squilibri nella bilancia dei pagamenti. Lo strumento, tuttavia, ha un limite preciso: può restare in vigore solo 150 giorni. Oltre tale soglia è necessario un voto del Congresso per un’eventuale estensione. L’affermazione secondo cui «non sarà necessario» un intervento parlamentare appare dunque, allo stato, difficilmente sostenibile.
Nuovo sistema fiscale
Il passaggio più ambizioso del discorso riguarda però la prospettiva di sostituire, «sostanzialmente», il moderno sistema di imposta sul reddito con i proventi dei dazi doganali. «I dazi pagati dai Paesi stranieri alleggeriranno un grande onere finanziario per le persone che amo», ha affermato Trump, delineando un ribaltamento strutturale dell’architettura fiscale americana.
I numeri raccontano una realtà diversa. Il governo federale incassa ogni anno circa 3.000 miliardi di dollari dalle imposte sul reddito. Le importazioni statunitensi si collocano su un valore analogo, intorno ai 3.000 miliardi annui. Per sostituire integralmente il gettito dell’Irpef federale, le tariffe dovrebbero quindi attestarsi almeno al 100% su tutti i beni importati. L’aliquota effettiva attuale, secondo la Tax Foundation, è invece intorno al 10%. In altre parole, sarebbe necessario moltiplicare i dazi per dieci.
Effetti macroeconomici
Un’operazione di questa portata, oltre a scontrarsi con i vincoli giuridici rafforzati dalla recente sentenza, avrebbe effetti macroeconomici difficilmente gestibili: tariffe così elevate comprimerebbero la domanda e ridurrebbero le importazioni, erodendo la stessa base imponibile su cui si fonderebbe il nuovo gettito. Senza contare che l’abolizione delle imposte federali sul reddito richiederebbe comunque un atto legislativo del Congresso.
L’inflazione
Sul fronte interno, Trump ha rivendicato risultati economici «incoraggianti», attribuendo all’amministrazione Biden «la peggiore inflazione nella storia del Paese» e sostenendo di aver riportato in 12 mesi l’inflazione core «al livello più basso in oltre cinque anni». Ha citato il calo dei prezzi della benzina, una maggiore stabilità dei prezzi e primi segnali di allentamento sul mercato immobiliare.
La Casa Bianca punta a consolidare la narrazione di un’economia in rafforzamento. Ma i sondaggi continuano a segnalare un diffuso malessere legato al costo della vita, con famiglie ancora frustrate dall’aumento dei prezzi. In questo scarto tra percezione e dati si gioca una parte decisiva della sfida politica ed economica dei prossimi mesi, mentre la strategia dei dazi torna al centro del confronto istituzionale tra Casa Bianca, Congresso e Corte Suprema.
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