L’amministrazione Trump ha detto alle compagnie petrolifere americane che se vogliono recuperare gli asset confiscati dal regime in Venezuela devono prepararsi a tornare nel Paese e investire significativamente per rilanciare l’industria petrolifera locale. Lo riportano i media americani sottolineando che l’offerta di Trump alle big del greggio è sul tavolo da 10 giorni ma finora è stata accolta con freddezza.
Al momento solo Chevron è in Venezuela, paese con riserve maggiori dell’Arabia Saudita. Attirare le altre è una sfida non da poco. Da un lato c’è l’instabilità del Paese e la mancanza di chiarezza su cosa succederà: gli analisti ritengono infatti che la rimozione di Nicolas Maduro sia la parte più facile di un processo difficile che non è ancora chiaro se porterà stabilità e sicurezza. C’è poi il nodo della domanda di petrolio: il mondo ne è molto meno affamato che in passato e questo rende scettiche le grandi aziende a investire pesantemente.
Intanto, L’Opec+ resta indifferente al blitz degli Usa in Venezuela e in una rapida e prevedibile riunione online decide di mantenere invariata la produzione di petrolio, evitando di discutere delle crisi politiche che stanno colpendo diversi Paesi produttori. La riunione degli otto membri del gruppo (Arabia Saudita, Russia, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan, Kuwait, Iraq, Algeria e Oman), che producono circa la metà del petrolio mondiale, ha dovuto fare i conti con il calo di oltre il 18% dei prezzi registrato nel 2025, il più ripido dal 2020. Il ribasso è dovuto alla abbondante offerta sul mercato, giudicata da molti anche eccessiva, tale da pregiudicare anche l’andamento delle quotazioni. Ma di fronte al caso Maduro e soprattutto alla frattura tra Arabia Saudita e Emirati per una fetta di territorio yemenita contesa, i produttori hanno preferito dare priorità alla stabilità piuttosto che all’azione, rimandando ogni scelta alla prossime riunioni, dandosi quindi appuntamento al primo febbraio.
Gli otto Paesi hanno aumentato gli obiettivi di produzione di petrolio di circa 2,9 milioni di barili al giorno da aprile a dicembre 2025, pari a quasi il 3% della domanda mondiale di petrolio. A novembre hanno concordato di sospendere gli aumenti della produzione per gennaio, febbraio e marzo. E domenica hanno confermato la stessa linea. Sul fronte dei prezzi, gli analisti si attendono un impatto limitato di circa 1 o 2 dollari al massimo, considerando che – nonostante le riserve monstre del Paese – la produzione è oggi ridotta al lumicino. Intanto però la Borsa dell’Arabia Saudita ha registrato il peggior calo da aprile, in coincidenza con l’annuncio dei dazi da parte dell’amministrazione Trump.
Nel frattempo, sullo sfondo si muove Elon Musk: Starlink fornirà un servizio di banda larga gratuito al popolo venezuelano, a seguito dell’operazione militare americana che ha portato alla cattura e all’incarcerazione del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie. Il servizio sarà fornito al Venezuela fino al 3 febbraio, garantendo una «connettività continua.
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