La corsa all’intelligenza artificiale assomiglia sempre di più alle grandi bolle speculative della storia. Dalla crisi delle dot-com del Duemila eredita le aspettative sui profitti futuri, da quella dei mutui subprime del 2008 il pericolo di contagio finanziario legato all’elevato indebitamento delle aziende e dalla bolla dei tulipani del Seicento la concentrazione degli investimenti in un unico settore. «Non è una bolla di valutazioni, questa è una bolla di utili», spiega a Moneta Alessio Garzone, analista finanziario e portfolio manager di Gamma Capital Markets. Protagoniste della corsa sono società enormemente redditizie. Il problema sta nella distanza tra i profitti che gli investitori si aspettano e quelli che questi colossi riusciranno effettivamente a realizzare.
Quattro sono gli annunci recenti più significativi nel settore: Anthropic ha depositato i documenti per la quotazione e si ipotizza una raccolta che potrebbe sfiorare i 100 miliardi di dollari. Meta punta a raccogliere fino a 97,5 miliardi di dollari in borsa per finanziare la corsa all’AI e SpaceX ricorre a 40 miliardi di nuovo debito per acquistare semiconduttori. L’ultima è stata Alphabet, la casa madre di Google, che il 29 ottobre ha perso oltre il 12% nelle contrattazioni a Wall Street, proseguendo il crollo iniziato la sera precedente dopo la pubblicazione dei conti trimestrali. Insoddisfacente il giro d’affari generato dalla pubblicità, che per Google rappresenta la metà del fatturato totale e ha un ruolo cruciale nel finanziamento dell’AI. Il colosso dovrà affrettarsi a trovare un modo efficace per monetizzare con il suo chatbot, Gemini. A fronte di ricavi in crescita del 25% a 127,6 miliardi di dollari, Alphabet ha registrato un flusso di cassa disponibile negativo per 9 miliardi.
Non tutti, però, concordano sul confronto con le grandi crisi finanziarie del passato. «Nell’era delle dot-com internet si diffuse lentamente, mentre l’intelligenza artificiale si innesta in un mondo già digitale, quindi la sua adozione è velocissima», incalza Nicola Borri, professore di Finanza all’Università Luiss Guido Carli di Roma. E a cambiare è anche la struttura del mercato. Se Internet ha favorito la nascita di migliaia di imprese, l’AI si concentra nelle mani di pochi operatori. «È possibile che queste società riescano a beneficiare di rendite di monopolio e a ottenere profitti molto elevati».
Iniziamo da Anthropic. Il 26 ottobre la società fondata nel 2021 dai fratelli Dario e Daniela Amodei ha depositato alla Sec il prospetto S-1 per quotarsi al Nasdaq, con un debutto previsto a novembre. L’Ipo potrebbe raccogliere fino a 100 miliardi di dollari. I capitali raccolti andranno a sostenere i costi di sviluppo di Claude – il modello proprietario della società – e a rispettare gli impegni per l’acquisto di capacità computazionale. Nel primo semestre 2026 Anthropic ha incassato ricavi per 16,3 miliardi, contro 1,2 miliardi un anno prima, ma ha registrato una perdita di 80,7 miliardi, dovuta prevalentemente alla rivalutazione contabile di strumenti convertibili. La perdita operativa – quanto la società ha speso in più rispetto a quanto incassato – è stata di 693 milioni di dollari. Lo stesso giorno Meta ha annunciato un piano di finanziamento azionario fino a 97,5 miliardi di dollari per sostenere l’enorme mole di investimenti che l’azienda sta destinando alla costruzione di data center e all’acquisto dei chip necessari allo sviluppo dell’AI. L’operazione comprende un’offerta da 25 miliardi di dollari di azioni ordinarie, 12,5 miliardi di titoli privilegiati convertibili e un programma futuro da 60 miliardi di nuove azioni senza diritto di voto, che saranno collocate gradualmente sul mercato a partire dal 2027. «Vuole finanziare gli investimenti senza aumentare indefinitamente il debito. In questo modo diluisce la partecipazione economica degli azionisti senza compromettere il controllo delle decisioni aziendali» sostiene Garzone. Il meccanismo consentirebbe a Mark Zuckerberg di raccogliere nuovi capitali limitando la riduzione del proprio potere di voto. La decisione arriva dopo una trimestrale in cui Meta ha previsto investimenti fino a 145 miliardi nel 2026. Nel terzo trimestre il flusso di cassa libero è stato negativo per 2,12 miliardi, mentre al 30 settembre la società disponeva di 82,5 miliardi tra liquidità e titoli negoziabili, a fronte di 83,7 miliardi di debito finanziario, di cui 2,7 miliardi in scadenza entro dodici mesi. «Finché la liquidità resta superiore al debito, il mercato non vede una crisi di solvibilità, ma una questione di sostenibilità degli investimenti futuri», prosegue Garzone.
A inquietare è la natura circolare che si cela dietro ai finanziamenti. Nvidia, Amd e Broadcom, fornitori di semiconduttori, hanno manifestato interesse a partecipare alla raccolta azionaria di Meta per un massimo complessivo di 5 miliardi. «A finanziare Meta saranno proprio le società alle quali il gruppo verserà miliardi per acquistare i semiconduttori necessari allo sviluppo dell’AI. Un doppio rischio per i fornitori: se i ritorni economici dovessero deludere le aspettative, perderebbero sia gli ordini di Meta sia il valore dei capitali investiti nella società». Il 25 ottobre era stata invece la volta di Elon Musk, che su X ha annunciato un accordo per un leasing finanziario da circa 40 miliardi di dollari, destinato all’acquisto delle Gpu di Nvidia necessarie ai sistemi di calcolo di SpaceX. La notizia arriva a ridosso di settimane in cui si è alzata la tensione sul mercato obbligazionario delle neocloud, quelle società centrali nella corsa all’intelligenza artificiale – come CoreWeave – che acquistano i processori per poi riaffittare la capacità di calcolo ai colossi tecnologici e che, con i canoni, ripagano i debiti contratti per acquistare i chip. Dopo il crollo in borsa di CoreWeave, che a ottobre ha perso oltre il 32%, Musk ha avvertito che più di 200 neocloud potrebbero andare incontro a fallimenti e acquisizioni. «CoreWeave compra i chip di Nvidia e li affitta ad altri. Se gli ordini rallentano, perde sia sul lato commerciale sia su quello finanziario» conclude.
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