Sue realtà vicine ma opposte all’interno dello stesso mondo commerciale: Confcommercio e Unioncamere hanno fornito cifre che denunciano una crisi profonda del settore abbigliamento, negli ultimi dodici anni oltre 140 mila attività sono state costrette a chiudere, nel solo settore abbigliamento e calzature la riduzione è del 25%, di certo l’inflazione e l’aumento dei costi hanno ridimensionato il potere di acquisto, esiste anche la mancanza o debolezza della fidelizzazione del prodotto e dell’insegna. Ma in questa crisi fa eccezione la voce Ovs, acronimo di Organizzazione Vendite Speciali, che fa capo a Stefano Beraldo, mestrino, ceo dell’azienda che conta 10 mila dipendenti e ha chiuso il 2025 con un aumento delle vendite che si aggira sul 7%, per un fatturato che è di 1 miliardo e 700 milioni di euro. Il margine operativo lordo oscilla tra i 216 e i 218 milioni, significa un aumento dell’11% rispetto ai dati precedenti di bilancio, così il flusso di cassa segna una crescita del 20%, trattasi di numeri importanti che ribadiscono, oltre alla solidità finanziaria e di gestione, come il marchio abbia un a propria identità, questa italiana, di certo indirizzo e non contaminata da investitori esterni non sempre meglio identificati.
Radici liguri
Ma se è immediato il riscontro di questi numeri contabili ed economici della ditta, non è altrettanto facile risalire ai dati di Massimo Piombo che è il direttore creativo di Ovs, con un fatturato di 150 milioni dei propri prodotti, presente negli store di Ovs e come negozio indipendente a Cortina d’Ampezzo e Forte dei Marmi. Piombo non è soltanto un sarto, è un ligure di Varazze, dunque ha parsimonia e quasi il pudore di rivelare l’età, per perfidia chiariamo il quiz: giorno 27 di dicembre del Sessantaquattro, madre, Anna Basile, di origini napoletane, da qui l’arte dell’ago e filo e Virgilio, padre varezzino totale. Il giovane Massimo, figlio unico, si laurea in Scienze Politiche, non sa bene perché, la Liguria gli va stretta, come un capo XXX small, viaggia con la fissa dell’Inghilterra, sono i favolosi anni Ottanta, Londra non è più soltanto la Swinging London, cresce in tutti i settori ma conserva il fascino dell’abbigliamento, Savile Row, Burlington Arcade, Mayfair, Piombo passeggia per Sloane Street, entra da Hackett e qui parte la sua avventura di creativo e creatore. Il prezzo dei capi di abbigliamento è da mutuo ventennale ma il ragazzo ligure ha l’occhio lungo, prende nota dei cognomi dei tessitori di maglioni e giacche, ringrazia e parte per la Scozia, Edimburgo, Glasgow, le Ebridi, là dove l’industria tessile vanta artigiani esclusivi. Massimo Piombo porta a casa alcuni capi che lui stesso ha creato, si presenta a Pitti Uomo ma viene scartato, allora trova rifugio al primo piano di via Tornabuoni, si tratta della storica libreria Seeber, ritrovo di scrittori illustri, Montale e Ungaretti fra questi, è il luogo ideale per esporre, accanto a tomi preziosi, giacche e maglie e pantaloni, non una bancarella ma uno scrigno elegante. Si presentano clienti e partono gli ordini, la prima giacca venduta è in Harris Tweed, reduce dalle Ebridi, prezzo alto, Piombo si affida a façonnisti, confezionatori di abiti, nell’elenco dei sogni figura Anderson&Sheppard, la sartoria di Savile Row che per anni ha cucito le giacche in doppio petto di Charles, oggi re e al tempo principe di Galles. Tra i clienti dello storico negozio londinese, Gary Cooper, Fred Astaire, Bryan Ferry. Massimo Piombo prende ispirazione da quei capi di sartoria ma li trasforma con il gusto italiano, la clientela cerca il massimo, come il nome di battesimo del titolare, anche se i costi portano ad alte cifre di vendita, al secondo tentativo Pitti gli apre le porte, poi un incontro con Ciro Paone significa l’ingresso in Kiton, al 50%, un 15 % va anche a Vittorio Feltri che poi sceglie di uscire dal trio e riconsegna la quota a Piombo. Nel 2017 la svolta da una idea di Franca Sozzani che gli suggerisce due possibilità: Ovs o Uniqlo, il Giappone non lo acchiappa, una telefonata a Stefano Beraldo, parole, pensieri e progetti nello show room di Milano, affare fatto, Piombo entra nella grande azienda, i prodotti non sono più per alcuni ma per tutti, ok il prezzo stavolta è giusto, a una condizione, che conservino lo stile, la classe, anche l’esclusività di quelli ispirati al made in Uk, dunque “cartellini” accessibili. Piombo cambia il logo, i colori sono giallo e nero, la comunicazione, le vetrine, gli store, il prodotto Piombo veste uomini, donne e bambini, il messaggio è universale e soprattutto italiano al 100%, la grande visione imprenditoriale di Stefano Beraldo, assieme alla fantasia di Piombo, sono l’isola del tesoro non contaminata dal mare tempestoso e intossicato del settore dell’abbigliamento. Bilanci solidi, sapienza imprenditoriale, l’abito stavolta fa il monaco. Prossimamente apertura a Dubai, oltre 3 mila metri quadrati di emporio con le idee dell’architetto Mirco Bui, sempre per Ovs. Dai caruggi di Varazze al souk degli emiri, passando da Mestre, è un attimo.
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