«La Brembo? È un’azienda tedesca che per caso si trova in provincia di Bergamo». Così – siamo nei primi anni Ottanta – l’allora amministratore delegato della Fiat, Cesare Romiti, risponde al principe degli avvocati d’affari, Sergio Erede, che gli chiedeva cosa ne pensasse dell’azienda che in Val Brembana produce e vende freni alla Ferrari. E così lo racconta Paolo Bricco, giornalista e scrittore, nel libro Brembo, la velocità dei freni – per la collana Storie d’imprese del Mulino – appena uscito nelle librerie. Brembo è oggi una multinazionale quotata in Borsa, con 16 mila dipendenti e 3,8 miliardi di ricavi. Un’eccellenza industriale italiana, rimasta nell’ambito del capitalismo familiare, controllata dalla famiglia Bombassei. Un’azienda dotata di forte personalità, già evidente in quelle parole di Romiti, autentico riconoscimento dell’indipendenza di un’impresa cresciuta nell’alveo dell’automotive e nell’era del boom economico, facendo però a meno delle commesse della Fiat.
Officine meccaniche
La Brembo nasce nel 1961 in una stalla affittata a Sombreno, frazione di Paladina, piccolo Comune alle porte di Bergamo, per iniziativa di Emilio Bombassei che, con la liquidazione di dirigente industriale, compra un tornio, un trapano e una fresa. E, insieme al cognato Italo Breda, fonda le Officine Meccaniche di Sombreno, iniziando a produrre piccoli componenti meccanici. La svolta arriva nel 1964, per caso: un camion che trasporta freni a disco prodotti in Inghilterra dalla Dunlop e destinati all’Alfa Romeo, si rovescia, danneggiando il carico. L’Alfa si rivolge a Brembo per selezionare i freni sani e scartare gli altri. Bombassei accetta, studia i dischi, e l’incidente si trasforma nel nuovo posizionamento strategico.
Nel giro di un anno, con 50 mila pezzi prodotti, l’officina diventa il primo produttore italiano di freni a disco. Nello stesso tempo si evolve anche la cultura della fabbrica. I due figli di Emilio, Alberto e Sergio, ventenni, formatisi negli istituti tecnici, contribuiscono alla trasformazione. «Nel dopoguerra – dice a Moneta Alberto Bombassei, oggi presidente emerito della società che ha guidato per 40 anni – la passione per la manifattura era diffusa, e mio padre l’aveva respirata e praticata. Era per tutti anche simbolo di riscatto sociale. E l’industria dell’auto era il simbolo della manifattura innovativa». La costruzione di Brembo si compie nel decennio successivo, con le prime linee automatizzate, la diversificazione nelle due ruote e soprattutto l’inizio della collaborazione con la Ferrari.
Niki Lauda
L’anno della svolta è il 1977, quando Niki Lauda rivince il mondiale di F1 e in 15 gare su 17 le due monoposto Ferrari montano i dischi Brembo. Quattro anni dopo, nel 1981, Alberto Bombassei incontra Enzo Ferrari a Fiorano. Parlano per due ore. Il Drake riconosce nel giovane bergamasco qualcosa di familiare e nel salutarlo gli dice: «Ricordati che in Ferrari si può sbagliare solo una volta».
Dal 1982 Brembo fornisce alla Ferrari F1 il sistema completo di frenata, dischi e pinze. Ma il rapporto con Ferrari non è solo commerciale: diventa identitario. L’essere fornitore della Rossa conferisce a Brembo massima credibilità e impone una disciplina dell’eccellenza. Ed è qui che si consolida il Dna: l’azienda bergamasca che la Fiat non ammette tra i suoi fornitori, in Italia lavora nientemeno che con Ferrari ed è la fornitrice premium dell’automotive tedesco.
«Fu importante – ci dice ancora Bombassei – e probabilmente fu la nostra fortuna, ma non fu una scelta. I miei viaggi a Torino furono numerosissimi, ma fu un fattore che ci portò a concentrarci ancora di più sull’innovazione di prodotto, sulla qualità».
Passaggi cruciali
Il libro di Bricco ricostruisce bene i passaggi cruciali della vita di questa azienda, come fosse un organismo vivente, anche attraverso citazioni di fatti e aneddoti rigorosamente documentati (preziosa la bibliografia), senza mai appesantire il racconto. Anzi, rendendolo piacevole per quel sapore di retroscena che solo un giornalista sa aggiungere al mestiere dello storico.
Il successivo momento chiave è l’internazionalizzazione. Nel 1983 gli americani di Kelsey-Hayes, colosso della componentistica, entrano in Brembo rilevando il 37%. La svolta è decisa per dare impulso alla crescita. Al rapporto con Volkswagen e Porsche e poi con Mercedes, si aggiunge quello con la Renault, si riapre il dialogo con la Fiat e si cerca quello con la Ford. Ma la proliferazione di prodotti e mercati richiede un salto tecnologico ed è questo il secondo passaggio identitario: l’introduzione, nel 1985, dei programmi Cad-Cam equivale, in estrema sintesi, alla rivoluzione odierna dell’intelligenza artificiale.
«Ho vissuto quel passaggio – ricorda Bombassei – e spero che l’avvento dell’IA sia altrettanto governabile come lo fu allora l’introduzione di quei sistemi. C’è però una grande differenza: allora le politiche di indirizzo tecnologico le determinava l’Occidente. Oggi non è più così». In altri termini è quello il momento in cui Bombassei pone le basi per il salto evolutivo che porterà l’azienda a trasformarsi da attore pan-europeo a player italiano nella globalizzazione.
Ciò avverrà anche con momenti delicati, quali l’uscita dalla società di Sergio Bombassei nel 1985 e la salita fino al 63% degli americani. Per poi essere a loro volta assorbiti, nel 1989, dalla canadese Varity. Alberto Bombassei capisce che l’indipendenza è la condizione di sopravvivenza strategica e orchestra un’operazione finanziaria per riacquistare il controllo (con il coinvolgimento finanziario di Bc-Partners e il credito bancario della Comit).
La quotazione
Nel 1993 Brembo torna italiana. E nel 1995 arriva la quotazione in Borsa, terzo passaggio identitario perché non dettato da esigenze finanziarie ma, ancora una volta, da una scelta di posizionamento strategico, in vista della globalizzazione. Così, negli anni a venire, arriva l’espansione in Regno Unito, Cina, Brasile, India, Messico. E poi le grandi sfide che sono già nel presente: la transizione all’elettrico, la dematerializzazione della manifattura, il declino industriale dell’Occidente.
Come andranno le cose non si può sapere. E questo vale per l’intera manifattura europea. Ma di sicuro la storia della Brembo contiene alcuni degli elementi migliori dell’evoluzione economica e industriale del nostro Paese. Da cui si può solo prendere esempio.
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