Se fino a poco tempo fa OpenAI era regina incontrastata nell’arena dell’intelligenza artificiale, adesso Anthropic ne insidia il primato anche in termini di valutazione. La startup creata da alcuni ex dipendenti di OpenAI, tra cui Dario Amodei, ha visto la propria valutazione lievitare nell’ultimo anno. Tra quelli che ci hanno visto lungo spicca Doorway, venture capital tricolore specializzata in investimenti in startup e che ha puntato anche su altre promesse dell’IA quali Mistral AI, Skild AI e recentemente xAI di Elon Musk. Abbiamo chiesto ad Antonella Grassigli, co-fondatrice e ceo di Doorway, cosa l’ha spinta a puntare su Anthropic e non OpenAI.
Perchè Amodei e non Altman?
«A marzo dello scorso anno avevamo la possibilità di entrare sia Anthropic che in OpenAI. Abbiamo scelto la prima per la governance e lo statement di Amodei sull’uso etico dell’intelligenza artificiale. La seconda motivazione è sicuramente il modello che punta sul corporate con caratteristiche di privacy o comunque di sicurezza più elevate rispetto a un modello totalmente consumer come quello di OpenAI. È stata quindi una scelta di campo».
La scelta di campo sembra essere stata vincente.
«Direi proprio di sì alla luce di quello che poi è successo nell’ultimo anno. Senza dimenticare che ai tempi OpenAI sembrava fosse molto più avanti. È chiaro che tutto questo è ancora su carta; quindi, meglio essere prudenti. Ma per le notizie che ci sono e per il percorso che sta facendo, sicuramente le premesse sono più che buone».
Ci avevate provato già prima…
«Anthropic è da sempre un mio pallino. Nel 2024 abbiamo provato invano a entrane nell’ambito dell’asta delle azioni detenute da Ftx che aveva in pancia tantissime azioni Anthropic, messe in vendita nell’ambito della procedura fallimentare della piattaforma cripto. Se pensiamo al prezzo a cui le hanno vendute, adesso Sam Bankman-Fried sarebbe miliardario».
Claude di Anthropic è destinato a diventare un asset indispensabile per le aziende?
«Sicuramente. Le aziende quando danno in pasto dati sensibili e vogliono una garanzia su questi dati che non verranno consultati. E in questo senso Anthropic oggi dà una garanzia in più rispetto ad altri player IA. In uno scenario di forte conflittualità geopolitica Anthropic offre sicuramente più garanzie di altri; questo fattore non va sottovalutato in quanto molte aziende, in questo momento, stanno cercando di portare l’IA non in cloud ma sul mondo fisico, in modalità per sfruttarne le potenzialità ma allo stesso tempo mantenere una qualche forma di controllo».
Tra i futuri ostacoli vede una possibile regolamentazione rigida sull’IA?
«A livello mondo è difficile, ormai siano ben oltre il punto di non ritorno, nel senso che sta andando talmente veloce che ormai non vedo questo tipo di rischio perché comunque loro si sono già dall’inizio posti in maniera compliant rispetto a quello che poteva essere la regolamentazione, a differenza in alcuni casi anche di OpenAI».
Dallo scontro con il Pentagono un perfetto assist.
«Sicuramente è servito molto con l’impennata di passaggi da ChatGpt a Claude. Nello scontro la motivazione è stata sì la privacy, ma soprattutto l’affidabilità del dato. In uno scenario in cui i dati devono essere assolutamente perfetti, visto che si tratta di uno scenario di guerra, Amodei si è tirato indietro per una questione di affidabilità del dato. Una presa di posizione giusta perché mette dei paletti su una tecnologia così all’avanguardia».
Non teme sia una posizione di facciata?
«Penso che ci sia una forte convinzione del loro management e confido che manterranno una forte coerenza. Certo non vorrei che l’hype su questa etica un po’ manifestata di Anthropic fosse poi smentito a livello commerciale. Amodei verrà in Italia in ottobre, glielo chiederemo».
C’è anche il nodo energia
«Alla voce rischi c’è sicuramente la parte energetica e i costi in generale. Il vero rischio è quanto sarà lo sforzo energetico per mantenere l’affidabilità e lo sviluppo di questi modelli, perché hanno un dispendio energetico mostruoso. Quindi, se effettivamente non si troveranno dei modi per creare data center più efficienti, allora rischiamo di avere dei colli di bottiglia importanti. Bezos che dice “Apriamo i data center sulla Luna” non è poi così campato per aria. Le infrastrutture sono il vero banco di prova di questa rivoluzione».
Siamo davanti a valutazioni eccessive?
«In questo momento preciso le valutazioni sono in effetti molto alte. D’altro canto, siamo davanti ad aziende disruptive alla Google; quando siamo entrati in Anthropic con una valutazione in area 60 miliardi di dollari, sembrava già una valutazione molto alta. Adesso si parla di 900 miliardi. Sono dei multipli che non appartengono al mondo europeo, sono solamente americani. Ma allo stesso tempo va detto che la lievitazione del valore va di pari passo con una crescita esponenziale della società».
Siete tentati di vendere?
«Arrivano tante richieste sul mercato secondario, non posso negarlo. Ma aspettiamo di vedere cosa succede e che tipo di filing di quotazione farà la società. Facciamo un po’ come la maggior parte dei dipendenti di Anthropic che hanno rifiutato di vendere le loro azioni, perché si aspettano una valutazione all’Ipo molto importante. Poi è chiaro che se arriveranno offerte ancora più alte le valuteremo».
Invece tra i grandi investitori di OpenAI sembra inizino a esserci dei malumori.
«Non penso che OpenAI possa avere dei problemi, è già ampiamente “too big to fail”. Ma è anche vero che il burn rate è mostruoso. Sarà interessante vedere che tipo di quotazione farà e vedere, quando aprirà i libri, qual è effettivamente la realtà».
Non solo Anthropic, la sua Doorway ha un track record invidiabile
«Abbiamo il tasso di ritorno sull’investimento sul 25% circa, con picchi come Anthropic che a oggi virtualmente può essere di ben 15 volte. Il nostro è un modello di piattaforma di investimento che consente l’accesso a questi deal selezionati, per provare a diversificare in un’economia reale che comunque può dare margini molto importanti. Non facciamo intermediazione pura, ma assistenza all’investitore, scelta di deal che possono veramente dare un certo tipo di ritorno. Cosa che purtroppo in Italia è ancora molto poco sfruttata. Siamo tra i pochi operatori che fanno questo da anni e che ci mettono la faccia, cercano di spiegare agli investitori che l’investimento in venture capital, per quanto possa essere ovviamente rischioso, può dare ritorni che altre asset class non hanno e quindi, in un portafoglio di lungo termine, questa asset class ci dovrebbe essere».
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