Acciaio, plastica, vetro. Litio, cobalto, nichel e grafite. Ma anche terre rare, alluminio e montagne di rame. Gli scarti industriali sono un vero tesoro: nell’attuale contesto economico e geopolitico rappresentano infatti una preziosa miniera di materie prime, nonché una riserva potenzialmente inesauribile. I rifiuti di oggi sono la risorsa strategica del domani. Chi meglio li gestisce, detterà le regole del futuro industriale. E qui sta l’incredibile paradosso: l’Italia è infatti regina europea nel riciclo, con tassi che nel 2025 hanno superato l’80%, ma incontra difficoltà nell’effettiva reintroduzione dei materiali sul mercato. Da una parte siamo i primi della classe, a fronte in una media di riciclo europea ferma al 41,2%, dall’altra invece fatichiamo a valorizzare il capitale di materie prime che recuperiamo dai rifiuti, dagli scarti di lavorazione e dagli oggetti arrivati a fine ciclo.
Questa contraddizione è dovuta in larga parte alla competizione asimmetrica tra il Vecchio Continente e l’Asia. Cina e Corea, in particolare, inondano i nostri mercati di materie prime e di prodotti che hanno un costo nettamente inferiore a quello delle corrispondenti produzioni da riciclo europee. E non è peraltro un mistero che queste massicce campagne di export avvengano con il supporto politico ed economico dei governi di Pechino e Seul, ben consapevoli del ruolo strategico che queste dinamiche giocano oggi su scala globale. A maggior ragione, dopo le persistenti tensioni legate allo Stretto di Hormuz, punto nevralgico per il futuro energetico e la sopravvivenza industriale di molti Paesi. Le conseguenze sono devastanti, soprattutto sulla produzione di oggetti di largo consumo quali elettrodomestici e dispositivi tecnologici.
A differenza delle automobili, il cui export è soggetto a barriere tariffarie, questi beni non hanno infatti alcun vincolo di ingresso. Con buona pace del nostro apprezzabile primato sul riciclo, i prodotti made in Cina fatti e finiti costano addirittura meno delle materie prime grezze che lavoriamo in Italia e in Europa. Nel caso degli elettrodomestici, ad esempio, un prodotto finito importato dalla Cina senza dazi costa fino al 70% in meno rispetto a uno europeo. Ecco spiegato perché la nostra miniera di scarti industriali fatica a trasformarsi in una vera risorsa pronta all’uso, nonostante i nostri elevati tassi di riciclo dell’acciaio, del vetro e degli imballaggi in particolare. Il valore si perde infatti lungo la catena industriale, schiacciato dalla burocrazia, dalle imposizioni fiscali e da dinamiche globali che premiano unicamente il costo più basso. Accade soprattutto per i polimeri vergini, ovvero le plastiche prodotte direttamente da idrocarburi senza precedente riciclo, ma anche per le materie prime critiche contenute nei rifiuti elettronici, il cui tasso di raccolta in Italia è storicamente basso (inferiore al 30%). Per inciso, considerando che la Commissione Ue ha proposto una tassa di 2 euro al chilo su tali rifiuti non raccolti, l’Italia rischierebbe pure una stangata da 2,6 miliardi l’anno.
Intanto l’Europa sembra non avvertire la necessità di riequilibrare le condizioni di accesso al mercato, ignorando peraltro il fatto che l’attuale contesto penalizzi le buone pratiche di riciclo e di riuso che giustamente Bruxelles richiede di promuovere e implementare. Così, al momento, per alcune categorie merceologiche il made in Europe avviene con la zavorra: ai maggiori oneri legati al costo del lavoro e a quello ormai fuori controllo dell’energia si aggiunge infatti proprio il prezzo delle materie prime. Soprattutto se importate. Le industrie europee che acquistano acciaio, vetro e altri componenti dall’area extra-Ue devono infatti l’Ets e il Cbam, meccanismi di aggiustamento dietro i quali, al di là degli aspetti tecnici, si nascondono di fatto nuove imposte indirette sul fare impresa nel Vecchio Continente. A conti fatti, dunque, per l’elettronica di largo consumo, gli elettrodomestici e altri beni semplici, il Dragone con i suoi prodotti a basso costo non solo risulta più competitivo, ma riesce anche a ottenere margini più elevati.
Pur essendo un’assoluta eccellenza in Europa, la virtuosa industria italiana del riciclo convive con il fatto che il nostro Paese abbia ancora una dipendenza dalle importazioni di materie prime al 46,6%, la più alta tra le grandi economie del Continente. Siamo primi negli indici di circolarità e ci distinguiamo per ricerca e innovazione in questo settore. Ma ancora fatichiamo a far fruttare questo vantaggio, rendendolo una leva economica di sviluppo.
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