Prima il lancio di una cloud region a Milano. Poi la vittoria del bando da 180 milioni della Commissione europea per fornire, insieme ad altri tre fornitori, servizi cloud sovrani a istituzioni, organismi e agenzie dell’Ue servizi cloud. Ecco alcuni degli ultimi sviluppi della strategia di Scaleway, controllata di Iliad che si occupa di cloud, data center e sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il gruppo ha capitali interamente europei e localizza i suoi dati interamente nel Vecchio Continente, tema ancora più caldo dopo lo scoppio della guerra in Iran e l’aumento della tensione fra le due sponde dell’Atlantico.
Non a caso, la Commissione Ue per la prima volta nel processo di procurement ha applicato un sistema di valutazione della sovranità cloud (Sovereignty score) che premia l’indipendenza giuridica e il controllo fisico dei server in Europa, rendendo misurabili i requisiti di sovranità richiesti ai provider attraverso livelli Seal (Sovereignty Effectiveness Assurance Level) obbligatori, che certificano l’indipendenza da terze parti extra Ue. I livelli variano dal Seal-0 (nessuna sovranità) a Seal-4 (supply chain totalmente europea, dai chip ai software); Scaleway è stata selezionata con livello Seal-3, che corrisponde a un’immunità giuridica comprovata rispetto alle normative extra ue, un controllo esclusivo dell’Ue sulle chiavi di crittografia, la conservazione di tutti i dati, i metadati e i backup all’interno dell’Ue, e a un Soc con sede nell’Ue dotato di registri immutabili.
Non solo: Scaleway contribuirà anche al progetto dell’euro digitale della Bce come parte di un consorzio guidato da Senacor.
Ma a che punto è l’Europa nella costruzione della sua sovranità digitale, stretta fra i colossi cinesi e americani? Moneta ne ha parlato con Damien Lucas, ceo di Scaleway.
Come sono nati i vostri accordi con Bce e Commissione Ue? Cosa cambierà dal lato della sovranità europea sul cloud?
“Il fatto che le istituzioni europee abbiano scelto fornitori di cloud europei è un ottimo segnale per tutto l’ecosistema. Sono tre le ragioni per cui ci hanno scelti. Primo, garantiamo di essere del tutto immuni da leggi extra Ue perché abbiamo zero shareholder – diretti o indiretti- zero controllate, zero dipendenti fuori dall’Europa, e per questo non c’è possibilità che una legge non europea si applichi a Scaleway. Secondo, siamo del tutto indipendenti dal punto di vista tecnologico: sviluppiamo il nostro software, non dipendiamo da prodotti di altri, da Google a Ibm ad altri gruppi. In questo modo proteggiamo i nostri clienti da un potenziale kill switch (ovvero la possibilità che un’azienda o un Paese possano decidere di bloccare improvvisamente il funzionamento di un sofrtware, ndr). Per noi in caso si verifichi questo scenario non cambierebbe nulla, non saremmo minimamente toccati”.
E qual è la terza ragione?
“La terza ragione è economica. Quando la Commissione spende 1 euro in Scaleway, 68 centesimi restano all’interno dell’economia europea. Quando spende 1 euro in gruppi Usa, solo 20 centesi restano nell’economia europea”.
Come fare a recuperare terreno rispetto ai colossi americani e cinesi?
“Credo che dobbiamo continuare a fare ciò che stiamo già facendo. C’è una lobby che dice che la battaglia per il cloud è persa e che è stata già vinta dagli Usa, ma è una narrazione che dobbiamo combattere. La battaglia non è finita. L’Europa può esistere nell’ecosistema cloud e Scaleway lo sta dimostrando ogni giorno. L’importante è continuare a combattere perché il cloud è la base su cui si sviluppano tutte le altre tecnologie: vogliamo essere in grado di sviluppare IA, quantum computing con il cloud europeo. Come europei dobbiamo continuare la battaglia. E la notizia è che stiamo entrando nel campo di battaglia, ci sono molte iniziative positive in questo senso. Quando vedo che l’Italia offre sussidi per muoversi sul cloud europeo, questo è un segnale meraviglioso al mercato”.
State investendo molto su Milano. Avete in programma altri investimenti in Italia?
“Sì, il nostro modello cloud si basa su un aumento degli investimenti collegati alla crescita. Stiamo affittando più spazi per i data center. Il team in Italia sta crescendo e crescerà ancora per i prossimi, tre, cinque, dieci anni. Ogni mese cresce il numero dei nostri server in Italia. Noi operiamo così: non un unico grande investimento ma un investimento continuo mese dopo mese. L’industria del cloud richiede di investire 3 euro per 1 euro di crescita”.
Il vostro settore che cosa chiede alla politica per favorire la crescita di IA e cloud in Europa?
“Noi chiediamo un framework chiaro all’interno del quale operare, riducendo la frammentazione. L’industria del cloud richiede enormi investimenti, quindi per essere sostenibile deve avere una scala europea: la scala nazionale non è economicamente sostenibile. Ma il problema è che ora dobbiamo sottostare alle leggi di 27 Stati diversi, ognuno dei quali chiede documenti e certificazioni diverse. Questo è un costo enorme che rallenta la nostra crescita nel mercato europeo. Quindi chiediamo un unico framework a livello europeo e non nazionale. E poi chiediamo la costruzione di data center in Europa e di proprietà europea. La maggior parte dei data center fisicamente in Europa sono di proprietà di Stati stranieri che possono sempre decidere di chiuderli. Parlo del caso francese: a febbraio 2025 Macron ha annunciato un maxi investimento del settore privato a 109 miliardi in data center. Di questi, solo 5 però arrivano da compagnie europee. Il 96% di questi data center sarà di proprietà straniera”.
La costruzione di data center crea molte tensioni per i loro consumi elettrici e per l’aumento delle bollette di chi vive vicino a dove vengono costruiti.
“Noi vogliamo fornire i migliori modelli di IA, che non sempre sono i più energivori. Il vero problema è globale, perché il prezzo dell’energia è globale, non locale. Quindi la sua domanda è globale. Se rifiutiamo di costruire data center in Europa, saranno costruiti tutti negli Usa, dove vengono alimentati con turbine che usano il gas prodotto con il fracking, che dal mio punto di vista fa molto male all’ambiente. E vengono raffreddati con acqua, cosa che non è consentita in Europa. Nell’Ue invece la maggior parte dei data center sono alimentati con energie decarbonizzate, come il nucleare, e impiegano quantità limitate di acqua. Onestamente, il posto migliore sulla Terra per costruirli dal punto di vista ambientale è proprio l’Europa, anche perché portarli all’estero significa di fatto consegnare i nostri dati sensibili a Paesi stranieri. I data center consumano un sacco di energia, ma rifiutarsi di costruirli in Europa sarebbe peggio sia per l’economia sia per l’ambiente. Non siamo pronti a mandarli nello Spazio: forse fra 50 anni ma non oggi”.
Di quanti investimenti abbiamo bisogno per poter bilanciare la potenza di Cina e Stati Usa, se mai sarà possibile?
“In Europa, il mercato pubblico del cloud vale 8 miliardi, di cui l’80% è di proprietà di colossi Usa. Per poter arrivare almeno al 50-50, tutti gli operatori europei dovrebbero complessivamente investire 90 miliardi. Questo è l’investimento globale necessario per conquistare la metà del mercato, una situazione molto migliore rispetto a quella attuale. Non si tratta di una cifra così monstre”.
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